(da Ameglia Informa di febbraio 2011)

Pochi mesi or sono, su questo giornalino avevo scritto qualche rigo in occasione della scomparsa di Giulivo Ricci, uno dei massimi studiosi della storia della Lunigiana. Ricci, è stato autore di innumerevoli pubblicazioni sulla Resistenza lunigianese, vissuta sulla propria pelle ed era amico di Lido Galletto comandante partigiano. Anche Galletto è mancato nello scorso mese di gennaio, lasciandoci in eredità testimonianze preziose sulla Guerra di Liberazione in Lunigiana.

Era nato nel 1924 e, dopo la guerra, era divenuto professore di Storia dell’Arte.

Da allora ha sempre curato di trascrivere le sue memorie in pubblicazioni di varia natura, fra le quali alcuni libri. Credo di non sbagliare, affermando che il suo libro più famoso sia “La lunga estate”, pubblicato a Massa nel 1995, un corposo volume di ricordi.

Ho avuto modo di conoscere Lido Galletto nel 1996 in occasione dell’uscita di un’altro libro di memorie di guerra, stimolato dal contenuto di quello precedente. Galletto aveva menzionato nella sua opera il ruolo svolto da Almo Baracchini in occasione di uno dei più tristi fatti, accaduto il 21 agosto di quella “lunga estate” del 1944.

Baracchini è stato l’autore materiale de “La sepoltura delle vittime dell’eccidio di Bardine di San Terenzo”, sfidando le leggi di guerra che condannavano a morte chiunque avesse svolto questo doloroso uffizio. Per questo motivo egli si è guadagnato il plauso del Presidente della Repubblica Ciampi, che lo ha nominato Cavaliere al Merito della Repubblica, ora conosciuto anche come “il Cavaliere della Pietà”. Ho partecipato anch’io alla seconda stesura di quel libro, nel 2004, in occasione del sessantesimo anniversario di quei fatti, curando in particolare la documentazione fotografica.

Come comandante della formazione partigiana “Orti”, Gal-letto operò anche nella zona fra Fosdinovo e Ortonovo e la sua sensibilità lo ha portato a realizzare una serie di documentari storici su quel territorio. Il tutto si è compendiato, a partire dal 1970, in una serie di 16 cassette VHS, che ricostruiscono la storia di quei paesi nel periodo 1943-1945.

L’importanza di questo piccolo archivio è dimostrata dal fatto che esso è stato inserito nel censimento “I Custodi delle Voci”, operato dalla Regione Toscana con l’intento di realizzare la prima raccolta ragionata di archivi orali ed audiovisivi.

Apprezziamo la modernità di questo ottantenne, che ha compreso l’importanza delle testimonianze multimediali, utilizzando pionieristicamente la videoregistrazione come strumento divulgativo ed educativo. Inserendo, insieme alle interviste effettuate ai protagonisti ed ai testimoni, la propria ricostruzione narrativa, egli ha operato una valida sintesi dei suoi manoscritti, arricchendoli a posteriori di preziosi particolari, che sarebbero stati altrimenti irrimediabilmente perduti.

Sergio Marchi

Lido Galletto e la ricerca del corpo di “Carlin”

(da Ameglia Informa di aprile 2014)

In Ameglia Informa di febbraio 2011 abbiamo parlato della storia di Lido Galletto (“Orti”), comandante della omonima formazione partigiana, deceduto il 18 gennaio 2011. Per ricordare il 25 Aprile vogliamo raccontare della ricerca del corpo del partigiano Nello Masetti, “Carlin” (21 giugno 1924 / 21 aprile 1945), uno degli ultimi caduti in battaglia.

Il funerale dei Partigiani

È un racconto di cronaca sconvolgente perché registrato e trascritto dalla viva voce di Lido Galletto, il suo comandante, poco dopo la fine della guerra, senza alcun “filtro” o modifica. La registrazione ci è stata messa a disposizione dal Museo della Resistenza di Fosdinovo.

Nel prossimo numero pubblicheremo una breve biografia del partigiano “Carlin” e, in occasione del 1° Maggio, un racconto inedito sugli scioperi degli operai spezzini del marzo 1944.

Il racconto di Lido Galletto:

Si tratta di una testimonianza rilasciata dall’autore tre anni dopo la fine della guerra, registrata e trascritta da Vilmo Cargioli, il partigiano «Stelio».

È una cosa enorme, questa. Proprio come cronaca, come storia. Dunque, mi pare di essere ritornato a Caniparola il 1° di maggio. Vengo a sapere della morte di «Carlin» e vado quindi a trovare la sua famiglia.

La madre mi chiede almeno la salma.

E non si sapeva neppure dove l’avessero portata.

Era morto con alcuni americani e li avevano infilati tutti dentro dei sacchi, portandoli con loro.

«Carlin» non aveva il suo mitra che conosceva, ma aveva un fucile americano: per questo è morto.

Ho saputo poi che il tedesco che gli ha sparato è stato ammazzato da un partigiano di Lerici che era accanto a «Carlin».

Proprio perché questo, capisci, aveva ancora il suo mitra.

Ma intanto il tedesco aveva tagliato «Carlin» con una raffica in pieno petto.

Io l’ho ritrovato così «Carlin»!

Sicché partiamo io, “Fernandello” (1) e “Canella” (2), con un camion che non so più di chi fosse… non so mica di chi fosse ’sto camion, non lo so insomma… mi capita un camion, lo abbiamo sequestrato? Come fosse davvero io non lo so. Su questo camioncino, con questi partigiani armati, prendiamo la strada per ritrovare la salma (3).

E cominciamo a ispezionare tutti i cimiteri. Una cosa spaventosa.

Iniziamo a Montignoso e poi avanti, per tutti i cimiteri, e non si trova. Tutte le salme sepolte senza nome le apriamo. Le avevano insaccate così. Finché arriviamo a Firenze. A Firenze, nel caos che c’era, parlo con i partigiani che ritornavano giù dall’Appennino e dico: «Devo trovare la salma di un partigiano così e così…».

Da uno all’altro, da uno all’altro, erano tutti armati, mi aiutano in tanti, buttano all’aria la città e gli uffici … un terremoto abbiamo fatto a Firenze…

E non si trova. Andiamo al cimitero militare che avevano fatto gli americani sulla collina…. non si trova.

Ti dico: quello che è stato fatto per cercarlo è spaventoso. Tutte le salme erano messe, congelate, dentro i teli degli ospedali, aprivamo i teli… e «Carlin» non si trova. Avanti, avanti, avanti, avanti… ormai non c’è più niente da fare.

Quando al terzo giorno torniamo indietro e siamo all’incrocio di Avenza… A proposito, non ti ho detto che con noi c’era pure il cognato di «Carlin» (4), quello moro, che adesso fa il commerciante…; dunque eravamo all’incrocio di Avenza e il camion passava male, quella strada era tutta rotta, andavamo adagio, e ci viene incontro un ragazzo (5).

Era il nipote di Gino Luccetti, l’anarchico, quello che è morto a Civitavecchia, che aveva tirato la bomba a Mussolini… avrà avuto, allora, tredici anni, sette o otto meno di noi.

Lo conoscevo perché suo padre era venuto in montagna quando eravamo ancora a Gignago e lo aveva portato con sé. Lo saluto e gli dico: «Sto cercando “Carlin” e non lo trovo» e allora lui mi dice: «Mi trovavo al Mirteto (6) e ho visto passare dei camion di americani. Li ho visti buttare giù un sacco con dentro un morto. È al cimitero di Massa. Ma è già qualche giorno…».

Allora faccio subito girare il camion, vado su al Mirteto, trovo il becchino e gli dico se hanno sepolto uno qui senza nome: «È vero, sì. L’hanno lasciato qui gli americani».

Era domenica sera.

E il becchino dice: «È sepolto qui. Ma io non ci sto». E se ne va. Pensa un po’ a tutti i morti che erano lì provvisori!

Massa era una cosa orribile. Tutti quei morti che aveva sparso la guerra erano sepolti lì, sotto un palmo di terra.

Cominciava il maggio ed era tutto ricoperto di mosche, mosche di cadavere no?

C’era un’aria pestilenziale. Eppure appena fuori dal cimitero del Mirteto, era stata messa una baracca alla bell’e meglio e ballavano. Anche senza scarpe… tutti quanti come …. un’euforia strana, feroce…

Ci mettiamo io, Renato, “Canella” e «Raul» (7) a tirare fuori l’affare… arriviamo all’affare, avevano fatto una specie di cassa alla bell’e meglio, ma una cassa che mostrava…. due tavole così … tiro fuori … mi ricordo la scena precisa. Io e “Canella” facciamo forza con le cinghie e tiriamo fuori di giù questa salma. Poi lui alza il coperchio, alza un poco il coperchio… era zeppo di vermi! Sai, zeppo! I vermi cominciano a rigurgitare dalla cassa … “Fernandello” si era allontanato un momento ed era tornato con un panino.

Stava mangiando e rimane lì … e poi la faccia di “Canella”… questi vermi che si muovono. La fisionomia c’era ancora ma era già in putrefazione… «Carlin» aveva preso una raffica in pieno petto. Ma era lui, la struttura, la faccia c’è, lo vedi no! è lui!

Non c’è mica dubbio che non sia lui e allora nasce il problema di come metterlo insieme, di come incassarlo un po’ meglio. Mi ricordo che vado alla chiesa del Mirteto con «Raul». C’è il prete.

Era mezza diroccata, ma c’erano appesi dei grossi stendardi rossi davanti alle finestre. Erano lì attaccati ed io dico: «Prete, mi ci vogliono questi stendardi!» Non si trova mica nient’altro! Era appena passata la guerra, non trovavi niente.

Strappo questi due affari, li prendo e li porto via, poi dico a “Canella”: «Andate a Massa e trovate uno stagnino a tutti i costi!»

Era notte ed era domenica, ma eravamo armati. E sai “Canella” come è deciso… poi era eccitato… mi arriva su e quasi lo spinge col mitra questo ometto con dello stagno e un piccolo rotolo di lamiera di zinco che portava sotto il braccio. Ma questo ometto, quando vede la scena, sviene e se ne cade per terra. E allora come si fa?

“Fernandello” non ci resiste. Anche “Canella” è sfatto, ma, un po’ lui e buona parte io, riusciamo a saldarlo.

Immagina che lavoro! Fra il calore e l’odore… è ancora sepolto così, «Carlin»! Questa cosa… e questo fatto è successo nella notte fra la domenica e il lunedì. Il lunedì mattina c’erano i funerali per tutti i caduti, no!

Erano già stati fissati.

I partigiani massesi avevano fatto una specie di base, un distaccamento, là vicino al Mirteto. C’era una casa diroccata, si erano piazzati là. Una specie di caserma. Finito il lavoro, sono tanto stordito anch’io che, per riposarmi un po’, vado là. Salgo su per queste scale, me le ricordo sempre, poi mi gira la testa e allora qualcosa… insomma, mentre sto per precipitare, riesco ad abbrancarmi… mi ha salvato una ringhiera che mi ha ripreso, sai quelle ringhiere mezzo divelte… mi si è infilata nella manica e ci sono rimasto attaccato… appena spunta il mattino… c’è questo camioncino… siamo arrivati a Caniparola che erano già pronti i funerali. I funerali dei Partigiani.

Il “Bengasino” (8), poi la famiglia quando è stato ritrovato il suo corpo fra le stipe a Gignago nel dicembre 1944 l’ha recuperato e portato a seppellire a Fosdinovo. Lo Spigno (9) invece era rimasto sepolto sotto a un castagno a Gignago. Anche gli altri erano stati recuperati e adesso sono tutti insieme nel cimitero di Sarzanello. Questo funerale si fa al lunedì. Era già fissato e non potevamo dire niente alla madre di «Carlin» se non riportavamo la salma.

Eravamo ancora armati… le armi c’erano ancora… eravamo tutti armati. Dunque parte questo reparto sgangherato di partigiani…. eravamo messi un po’ male … con questa processione lungo la strada, mi ricordo che era ai primi di maggio. Non so perché, ma non siamo passati per l’Albachiaro: siamo andati per lo stradone da Caniparola a Ponte Isolone.

E poi su per la strada Aurelia per risalire a Montecavallo… e c’erano gli inglesi a rifare il ponte, no? Te la ricordi la scena? Questo reparto e questi inglesi che presentano le armi … a questo reparto di Partigiani con questa massa di Popolo che veniva dietro… bisogna vedere le facce di quella gente nelle fotografie che ci sono: impressionante! Una parte della gente era già a Sarzanello. E a Sarzanello abbiamo sparato. A Sarzanello dentro il Cimitero abbiamo sparato.

Lido Galletto

Note

(1) Ferdinando Marchini, partigiano «Mario» di Caniparola.

(2) Bruno Brizzi, partigiano «Nino» di Caniparola.

(3) L’autore ha appreso che il camioncino era stato offerto da Emilio e Carlo Zappa, in data successiva alla testimonianza.

(4) Renato Rossi di Marciaso, cognato di «Carlin».

(5) Luciano Luccetti, figlio di Andrea e nipote di Gino Luccetti.

(6) Mirteto di Massa.

(7) Fra i componenti del gruppo partigiano partito da Caniparola c’era Gino Andrei di Carrara, partigiano «Raul», amico fraterno di «Carlin».

(8) Enzo Meneghini originario di Pitelli, proveniente con la famiglia da Bengasi e residente a Ponte Calano, sulla via Aurelia fra Ponte Isolone e Montecavallo. Partigiano «Fanfulla».

(9) Vittorio Spigno, ex marinaio di Ponza, Partigiano «Ultimo».

[Questo brano chiude il libro L. Galletto, Il ribelle «Carlin», Carrara, Acrobat Media Edizioni, 2002].

Il partigiano Nello Masetti “Carlin”, per anni a combattere sui monti, per soli 5 giorni manca l’appuntamento con la libertà

(da Ameglia Informa di maggio 2014)

Perché Lido Galletto, il comandante partigiano “Orti”, era così legato a “Carlin” da tentarle tutte pur di ritrovare almeno il suo corpo? Per completare il racconto di Ameglia Informa del precedente mese di aprile ve lo spieghiamo in questo numero.

Nello Masetti, il partigiano “Carlin”, caduto in battaglia il 21 aprile del 1945 non è stato un grande personaggio, né un eroe: è stato però uno dei tanti giovani che hanno pagato con la vita la sua scelta di combattere contro l’invasore tedesco e il fascismo.

Nato il 21 giugno del 1924 da famiglia contadina e antifascista in una casa sulle rive del torrente Isolone che divide i Comuni di Fosdinovo e Castelnuovo Magra. Per Nello nel 1942 arriva la chiamata alle armi e viene mandato con gli alpini a Bressanone dove si trova anche l’anno dopo il 25 luglio (caduta del fascismo) e l’8 settembre (armistizio). Lui come tanti altri capisce quello che c’è da fare e si mette in cammino verso casa, dove arriva il 14 settembre. Baci e abbracci  alla famiglia poi ai monti con la prima banda di ribelli che in seguito diverrà la Formazione “Orti” (dal nome del Comandante Lido Galletto). Renato Rossi, partigiano e cognato di Nello, ricorda che «era venuto a casa ma lo cercavano i Carabinieri e le camicie nere». “Carlin” è da subito un partigiano particolare e solitario. In formazione o dentro al gruppo si vedeva poco: era sempre fuori a risolvere i problemi che gli altri non risolvevano.

Il Comandante “Orti” conferma: «Quando affidavo un incarico a lui ero sicuro in maniera totale che sarebbe stato risolto, perché aveva una grande capacità d’intuito e intelligenza». Nel novembre 1944 arriva il “Proclama Alexander”, che invita i partigiani combattenti a sospendere le operazioni e aspettare la primavera. Circa 700 partigiani oltrepassano il fronte della “Linea Gotica”, poche decine di loro restano sul territorio tra cui “Carlin”.

In quel periodo la sorella di “Carlin”, Elia Masetti, uscendo di casa, vede soldati nazi-fascisti con colonne di civili rastrellati e fatti prigionieri: vengono condotti nell’ex colonia “Italo Balbo” di Marinella, da dove partiranno per i campi di lavoro del Terzo Reich.

Primavera 1945. Le condizioni di lotta sono molto più dure, i nazi-fascisti sono sempre più feroci man mano che per loro si avvicina la sconfitta. Il 21 aprile “Carlin” si infila in mezzo ai partigiani che salivano col fronte per andare a Paterna, la gente del posto gli aveva detto che c’era una postazione di tedeschi, ma lui… sembrava che non dovevano prenderlo e invece trova la morte falciato da una raffica di mitragliatrice tedesca. Il corpo di “Carlin” viene portato via dagli americani che avanzavano.

Il suo corpo verrà ritrovato solo dopo diversi giorni di ricerche al cimitero del Mirteto, sopra Massa e il racconto della sua ricerca l’abbiamo raccontato nel numero precedente.

Per soli cinque giorni non riuscì a festeggiare la libertà per la quale aveva lottato.

SF