(da Ameglia Informa di novembre 2020)

In Internet, la più grande enciclopedia di tutti i tempi, compare solo il luogo dove nacque e l’anno, ma non il giorno e il mese. Forse dopo questo articolo aggiorneranno la voce perché Sandro Fascinelli, il nostro direttore, l’ha ritrovata all’anagrafe di Ameglia, il suo luogo natale. Venne alla luce martedì 9 novembre 1920 e noi qua festeggiamo il centenario di Gino Patroni che fu tante cose, anche diverse fra loro (scrittore, giornalista, umorista) ma che si raccoglievano sotto i comun denominatori della penna e di una verve arguta e salace con cui esaminava e commentava i casi della vita, a cominciare dalla sua.

Ad esempio, quando trova lavora in un giornale di Milano: la città dove tutti vanno per ammirare la Madonnina o il Cenacolo. T’immagini che pure lui trascorra il tempo libero andando a visitare le bellezze del centro lombardo, e invece no. Per il Gino l’unica cosa notevole di quel posto di nebbie, l’unico posto dove andare era la stazione ferroviaria. Non perché gli piacesse particolarmente l’opera architettonica, ma perché quel luogo deteneva il grande merito che da lì partivano i treni per la Spezia, il suo golfo, il suo sole. Era questo il suo stilema, il modo irrisorio, a volte anche feroce, con cui frugava nelle pieghe della vita per trovare nella varietà delle cose la chiave per decifrare e spiegare il presente.

Senza mai dimenticare, peraltro, la volontà canzonatoria che mai gli fece difetto uso a mostrare la linguaccia senza rispetto per nessuno.

Ungaretti s’infuriò ferocemente per il cambio di consonante che muto la valenza esistenziale di “Ed è subito sera” in un brontolio dello stomaco vuoto che non s’ac-contentava della povera pera con cui aveva termine una cena eccessivamente frugale.

Quanti sono gli aforismi di Patroni e noi li conosciamo tutti a memoria, dai più banali agli, chiamiamoli così, scollacciati. Ma se anche sembravano arditi, erano pur sempre contenuti nel rispetto di chi li leggeva: non voleva offendere con la facile battuta da trivio, ma solo suscitare nel lettore voli di fantasia.

Dice di un bacio turbinoso con un’altoatesina e ne spiega il perché: è bilingue.

Battuta che rientra a pieno merito nella tradizione di “quel giorno più non vi leggemmo avante” o de “la sventurata rispose”: la parola apre scenari che vengono disegnati dal libero arbitrio di chi la legge.

Non paia irrispettoso aver comparato i Due Grandi con la gloria locale.

È solo la capacità affabulatoria, suscitare il fascino facendolo scaturire dalla notazione veloce e inaspettata, effetto che nella penna di Patroni diventa spesso corrosivo.

Noi lo ricordiamo per i suoi citatissimi e meritatissimi calambour, ma un giusto giudizio su di lui non dimentica che fu anche giornalista e scrittore, pagine in cui il Gino ci tramanda una Spezia sconvolta nelle sue fondamenta dal progresso che la perde irrimediabilmente.

Però, anche nello scrivere i testi “seri”, non dimentica mai la sapidità che dà il gusto e che è, in definitiva, la sua cifra scrittoria.

Se ne andò ventotto anni fa ma fra poco ne avrebbe compiuti cento.

Ci fosse ancora, adeguerebbe al presente l’ultima battuta dicendo che lo Spezia, raggiunta finalmente la massima serie, va a giocare a Cesena: il distanziamento sociale degli aquilotti.

 

Alberto Scaramuccia

 Gino Patroni: alcuni suoi calembour

 Incidente di strada e di tipografia

“Per un errore di stampa esce illuso da uno scontro d’auto”.

Accadde in Siberia

“Una spia svenuta dal freddo”.

Rassegnazione

“Se un flacone di prezioso e costoso profumo vi sfugge di mano e va in frantumi tutto è perduto fuorché l’odore”.

Inserzione

“Delinquente professionale impartisce lesioni private”.

Tam-tam

“Musica da Camerun”.

Lamento di mucca

“Sento odor di brucato”.

Lettera dal confino

“Ti scrivo sotto dittatura”.

Suicidio di insetto

“Stanco di vivere si butta dalla ginestra”.

Raffreddore

“La goccia che fa traboccare il naso”.

Mensa popolare

“Una zuppa di verdura ed è subito pera”.

Detto olandese

“Menare il can per Rotterdam”.

Cherchez la femme

“Diogene non sapendo il francese preferiva cercare l’uomo”.

Diogene

“Si aggirava ogni notte nelle vie d’Atene con un lume gridando: «Cerco l’uo-mo!». Smise di cercare quando qualcuno da una finestra urlò: «Finocchio!»”.

Curriculum

“Nacque, piacque, nocque, spiacque, tacque, giacque”.

Confessione di becchino

A notte fonda sui vialetti del cimitero ho incontrato il fantasma asma, asma, asma di un fumatore”.

Il 1° della classe

“Mio figlio è il primo della classe, entrando”.

Lamento di pastore

“Di notte non dormo perché conto le pecore”.

Desiderio

“Ultimo re dei Longobardi. Secondo Tennessee Williams era un tram”.

Apparenze

“Non è vero che i cassieri in banca siano gli uomini che contano di più”.

Non c’è amore senza pene

“Dico male o dico bene?”

Lesbica

“Una donna che non capisce un cazzo”.

Purganti:

“L’imbarazzo della sciolta”.

Fatalità

“La mia prima comunione l’ho presa a Ostia”.

Coincidenze

“Al salone dell’auto ho incontrato un auto-didatta.

Matematico in trattoria

“Cameriere, un radicchio quadrato”.

Sovrapposizione

Se la donna è mobile, l’uo-mo è sopramobile

Confessione di sarto

Mi son fatto un travestito…

Amore e fornelli

Il cuoco ha preso una cotta.

Viaggio di nozze

In Pomerania passeremo la nostra  Luna di Mele.

Fatalità

Trombettiere s’innamora di una ragazza-squillo.

La riforma di Lutero

Cominciò alla visita di leva.

Risorgimento gastronomico

Al ristorante Giuseppe Mazzini comandava immancabilmente la “Carbonara”.

Tricofilia

La caduta più silenziosa è quella dei capelli.

Chiarimento

Le circostanze non sono stanze circolari.

Emulazione

Dio non paga il sabato. Altrettanto le banche.

Sfratto

Casa mia casa mia per piccina che tu sia, il padron mi manda via

Eccezione

Il mal tolto non sempre è reato. Per esempio può essere un dente cariato.

Gino Patroni: un ritratto da chi lo conosceva bene

(da Ameglia Informa di gennaio e febbraio 2012)

Di Gino Patroni si è diverse volte parlato nelle pagine di questo giornale, con brevi note e con la citazione di sue composizioni. Abbiamo l’opportunità, qui, di meglio ricordare il nostro concittadino scrittore-giornalista con un più ampio e toccante racconto che ne fa  Paolo Poggi, che, come lui dice,”lo ha conosciuto bene” SF

Parafrasando il titolo di un film di successo di alcuni anni fa, del regista Pietrangeli, vorrei iniziare questo racconto con la frase: “io lo conoscevo bene!” Infatti – stiamo parlando di Gino Patroni (nella foto OkRid) – è vero, lo conoscevo bene, era un caro amico; spesso, specialmente in estate, dalla vicina La Spezia ove risiedeva ed operava, veniva a Montemarcello, ove era nato nel 1920 e rimaneva per un certo periodo di tempo con noi. Gino era diplomato maestro, ma la sua passione era stata, sin da giovanissimo, il giornalismo. Tant’è che un giorno, si trasferisce a Milano, assunto da La Gazzetta dello Sport. Ma rimane poco, è preso dalla nostalgia della sua terra, la “seudade’” diremmo oggi. “La sera – ci racconterà più tardi – andavo alla stazione a vedere i treni che partivano per La Spezia”. Parte anche lui, rientra alla base.

Gi.Patro, così firmava i suoi articoli, frequenti su Il Secolo XIX, il giornale di Genova cui collaborava. Ma spesso suoi scritti erano ospitati ancora da La Gazzetta dello Sport e da Il Corriere della Sera. Durante la guerra, causa i brutti bombardamenti alla Spezia, i genitori di Gino erano sfollati a Montemarcello, ove avevano un piccolo appartamento. “Se il pericolo dei bombardamenti continua – mi diceva la madre – verrà anche Gino”. Ma quella estate non lo vedemmo e nemmeno l’estate successiva.

Appena finita la guerra, lo incontrai a Sarzana, nella cartoleria-libreria di un giovane comune amico, mio compagno di liceo, Francesco Canale, un bravo disegnatore che poi avrebbe illustrato la prima opera edita da Gino (“Ed è subito pera”). Perché, nel contempo, aveva anche iniziato la sua attività di scrittore. Baci ed abbracci. Chiedo: “Ma cosa è successo, dove sei stato, non ti sei più fatto vivo!”. E lui, candido: “Sono stato in vacanza in Germania”. “In vacanza in Germania – ribatto io – durante il tempo di guerra?!” “Si, ospite di Hiltler”. Si era “fatto” una lunga prigionia in
ternato in un campo di concentramento!

Tornò, da allora, al paese natìo, per parecchi anni, durante i mesi estivi, diventando uno di noi, della nostra banda allegra e spensierata. Ricordo, un anno, direi fine ‘40-primi ’50. Estate, Gino è con noi. Durante la settimana è alla Spezia per il suo lavoro di giornalista e scrittore, ma il sabato arriva, immancabilmente. Spesso, la domenica, primo pomeriggio ci riunivamo, una bella nutrita combriccola e, giù a dirotto per la Ciapae, ci si trasferiva a Bocca di Magra. Lì giunti, il nostro “posto di ritrovo” era alla foce del fiume, sulle panchine ai lati della strada all’altezza di casa Bibolini e, sull’altro lato-mare, della Barachetta (dei Miglioli, allora).

Si univano a noi amici di Bocca di Magra: Cesare, Adriano, Nitti.

Una volta, alla banda, si unì (da me invitato, era mio zio), un altro elemento (musicale, per giunta), il maestro Leonida Cabani. Era ricercatissimo come intrattenitore, imbattibile quale narratore di storielle e barzellette che (per mantenermi nel rispettoso) definirei… un poco spinte! Cosa ne venne fuori dal connubio Patroni-Cabani lascio alla vostra immaginazione. Siccome di quei giorni, di quelle ore spensierate ricordo tutto, facilmente potrei scriverlo. Difficilmente si potrebbe leggere! Gino ci ha prematuramente lasciati nel 1992.

Era un tipo strano, a volte imprevedibile, una frana quale soggetto fisico: vista corta (portava un paio di lenti di spessore inusuale), i piedi piatti (uno andava a destra, uno a sinistra). Soffriva – lo diceva lui – di un’infinità di disturbi, tanto che una volta scrisse: “Volete sapere dove passo le mie giornate? Se non mi trovate al Bar Peola, sono nell’astanteria del Sant’Andrea” (l’ospedale della Spezia).

Si trattava comunque di un giovanotto intelligente, dotato di un incredibile sense of humour, di una maniera di scrivere scorrevole, sorprendente nella sua semplicità ed efficacia. Molto apprezzato anche in quegli anni, se avesse avuto la fortuna di “apparire in mercato” qualche decennio più tardi, avrebbe certamente spopolato, e sgominato quel gruppo di autori/attori la cui fama e fortuna è da attribuire più ai media che li hanno pompati piuttosto che al loro effettivo valore. Mi riferisco a tutto uno stuolo di scrittori e comici di oggi la cui pista di lancio è stata spesso il Maurizio Costanzo Show o simili fortunate evenienze.

Autori, giornalisti e scrittori famosi hanno spesso ricordato Gino per “il suo stile inimitabile nella freddura, nella battuta, nell’aforisma, nell’epigramma che non sono praticabili senza la prontezza di riflessi ed una vivida intelligenza”, ed ancora “…la sua spontaneità disarmante e l’inesauribile logica dell’assurdo”, ..”lo spirito saturnino, rivelabile nei suoi epigrammi micidiali’”… Gino compose numerose opere di carattere umoristico, il cui titolo dice tutto: “Ed è subito pera”, “La vita è una malattia ereditaria”, “Il foraggio di vivere”, “Lo svitato speciale”, “Una lacrima sul Griso” (una spassosa parodia dei Promessi sposi). Ogni opera una raccolta di divertenti brevi racconti, di motti, aforismi, battute fulminanti. Ripresi, a piene mani, più tardi, da molti dei personaggi cui si è fatto cenno sopra.

Ho ricordato con commozione Gino anche nel mio libro “Montemarcello nella storia e nella tradizione” perché mi sono sempre divertito tanto non solo in quei lieti indimenticabili momenti che noi ragazzi di Montemarcello abbiamo avuto il privilegio di aver trascorso in sua compagnia, ma anche dopo, nel leggere e rileggere le sue strampalate ma gustosissime storie e a ricordare e citare i suoi esilaranti motti. Di Gino Patroni ho tutta una raccolta di storielle, aneddoti, aforismi tratti dalle sue opere, che ho assemblato in questi anni.

A mio parere questi brani sono tutti belli, acuti, imprevedibili, secchi, precisi, fulminanti come un colpo di pistola. Parecchi anni fa, mi sono incavolato quando ho visto in vendita una pubblicazione a titolo “Il meglio di Gino Patroni”! Di Gino non c’è da selezionare, tutto è il “meglio”! Gino con poche parole presentava un personaggio, creava una situazione parodistica o grottesca, commentava un fatto comico, a volte tragicomico, a volte addirittura tragico, spesso surreale, rendendolo esilarante.

Ogni sua storiella (breve, poche righe, a volte una riga sola) si regge, per lo più, su un gioco di parole, su un doppio senso. Rileggendo il Gino, ho scoperto che è necessario interporre una breve pausa nel leggere, tra una battuta e la successiva, per dar tempo alla nostra mente di “recepirne” la fulmineità e l’acutezza del concetto, per meglio “goderla” e gustarne appieno il completo senso. Grazie Gino, per l’eredità che ci hai lasciato. Leggendo e rileggendo i tuoi scritti, continuiamo a divertirci e a sorridere. E, a ricordarti.

Paolo Poggi