(da Ameglia Informa di febbraio 2020)

Dal 1946 al 1947 Ameglia, e per essa Bocca di Magra e Fiumaretta, che allora non esisteva ancora come località, fu il punto strategico e privilegiato, scelto dall’Aliyah Bet, per le partenze verso Israele degli ebrei scampati alla shoah.

Il mese scorso abbiamo visto come circa 90 ebrei, che non avevano trovato posto per l’imbarco da Bacoli (NA), erano stati trasferiti a Bocca di Magra.

Ora per aggiungere un altro tassello a questa straordinaria epopea del nostro territorio vedremo come, oltre ai normali flussi periodici, a Bocca di Magra arrivarono diversi gruppi di bambini orfani ebrei provenienti da Selvino (BG). Di questi bambini ne parla ora la fiction di RAI Uno “La guerra è finita”, trasmessa da lunedì 13 gennaio in quattro puntate. Una storia realizzata con pochi mezzi che non passerà a Bocca di Magra. Sarà bene allora parlarne noi, tanto per la verità storica che conferma le testimonianze degli amegliesi, non certo per “medaglie” od onori perché per i nostri marinai il silenzio e la modestia è stata sempre “d’oro”.

Molto in sintesi, dopo la caduta del fascismo, una delegazione della Comunità Ebraica di Milano e della Brigata ebraica ottenne dal Comitato di Liberazione di Milano la colonia Sciesopoli (ex GIL) di Selvino, per ospitarvi circa 800 bambini ebrei orfani scampati alla Shoah.

La colonia funzionò come un kibbutz: i ragazzi alternavano scuola, studio e apprendistato, con lavoro, gioco e socializzazione per far loro recuperare fisicamente e mentalmente la forza per affrontare il viaggio verso Israele e ricostruire la loro identità ebraica cancellata, a seguito delle persecuzioni naziste. Le peregrinazioni e le sofferenze dei bambini non finirono con il loro arrivo a Selvino: le porte d’Israele si erano appena socchiuse.

Solo 1.500 permessi al mese venivano infatti emessi dal governo mandatario britannico per le centinaia di migliaia di profughi ebrei sparsi in Europa: una vera lotteria. L’unico modo per raggiungere la Terra Promessa restava l’imbarco clandestino su una delle navi di fortuna dell’Aliyah Bet dirette verso la Palestina.

Un viaggio con l’esito, nella migliore delle ipotesi, di essere nuovamente deportati nei campi di detenzione inglese a Cipro, in attesa di un annunciato Stato ebraico da istituire in Palestina.

Le uniche due navi, arrivate legalmente, furono la Fede e la Fenice partite dalla Spezia l’8 maggio 1946.

Per vedere come funzionavano questi viaggi seguiamo, uno per tutti, il gruppo di ragazzi che si imbarcò il 31 luglio 1946 da Bocca di Magra con la nave Katriel Yaffe.

La partenza fu annunciata la sera del 14 giugno 1946 da Moshe Ze’iri (direttore della colonia Sciesopoli dal 1945 al 1948) che comunicò al gruppo di Mvraham L., di prepararsi per la partenza. Così íl giorno dopo alle sei del mattino tutti i componenti del gruppo, con zaini e bandiere, salirono sul camion militare che li attendeva al cancello. Giunti a Bergamo, dovettero aspettare l’arrivo di un altro camion con i loro rifornimenti, poi proseguirono fino a Milano.

Da qui, il camion si avviò verso la costa ligure fino a Bogliasco, Dopo due settimane la polizia italiana cominciò ad avere dei sospetti su quel che stava succedendo, e c’era quindi il rischio che il gruppo venisse segnalato agli inglesi; i responsabili della Brichà ordinarono allora di spostarsi a Bocca di Magra, dove sulla spiaggia di Fiumaretta, c’era già un grosso accampamento di tende diretto dai membri dellHaganà, in cui erano sistemate alcune centinaia di profughi di diversa provenienza in attesa di emigrare in Palestina.

Questo fu il primo incontro dei “bambini di Selvino”, da quando erano scampati dall’Olocausto, con un grup-po numeroso di persone che non erano state educate alla vita in comunità e all’autodisciplina.

Non c’era molto da fare nel campo al di fuori dei normali lavori di routine, e per nascondere il loro scopo reale alle autorità italiane, i “campeggiatori” si davano da fare con vari sport e lezioni di nuoto.

Il gruppo di Selvino cominciò subito a organizzarsi secondo lo stile cui era stato abituato: cooperazione, lavoro, studio. Di loro iniziativa, si assunsero i lavori che nessuno voleva fare: piantare le tende, trasportare acqua e rifornimenti, raccogliere legna. Si costruirono un tavolo da campo e, coloro che erano in grado di farlo, cominciarono a insegnare agli altri per qualche ora al giorno la lingua ebraica, la letteratura e la geografia della Palestina usando i pochi libri che avevano portato con sé. Le serate passavano fra canti e conversazioni. …

Una notte di fine luglio la nave “Katriel Yaffe”, entrò nella baia e dopo aver fatto segnalazioni verso la costa, si ancorò a una certa distanza. Quando fu dato l’ordine, 604 occupanti del campo presero in spalla i loro zaini, formarono una lunga fila e si avviarono verso le chiatte che li avrebbero portati alla nave, come erano stati addestrati a fare. Erano sei settimane che attendevano quel momento”. …

La nave era stracarica; l’acqua e il cibo erano razionati (un litro d’acqua, che puzzava di acido fenico, al giorno a persona ed esclusivamente cibo in scatola), il caldo e la mancanza d’aria insopportabili. Tuttavia nei primi giorni il morale restò alto; la sera i bambini di Selvino si sedevano sul ponte cantando, e tutti gli altri si radunavano intorno a loro. Si facevano anche discussioni politiche: su uno Stato ebraico, uno Stato binazionale, tesi questa sostenuta dai membri del movimento Hashomer Hatza’ir, sui rapporti con gli arabi, la lotta contro gli inglesi ecc.

Dopo cinque o sei giorni, quando il tempo peggiorò molti dei passeggeri cominciarono a soffrire il mal di mare e, già indeboliti dalla mancanza d’acqua e di cibo, quasi non riuscivano più ad alzarsi dalle loro cuccette. Quelli del gruppo di Selvino che stavano meglio si assunsero il compito di montare la guardia sul ponte di notte, distribuire il cibo e assistere i malati.

L’ottavo giorno la tensione e l’ansia peggiorarono: “Non sapevamo quando saremmo arrivati. Pensavamo di essere condannati a vagare per il mare interminabilmente e senza meta”. …

Le proteste aumentarono – per la mancanza di cibo e di acqua, per il prolungarsi del viaggio, con tanti malati sempre più esausti – fino a sfiorare l’ammutinamento.

Il comandante annunciò che bisognava aspettare un’altra nave clandestina, che aveva i motori in avaria ed era in pericolo di affondare, per cui la “Katriel Yaffe” avrebbe dovuto prendere a bordo anche quei naufraghi. …

Il pomeriggio del giorno dopo i naviganti furono colti da una ventata di emozione – molti piangevano di gioia – alla vista di un’altra nave che si avvicinava. Ma dopo circa un’ora ci fu la grande delusione: era un cacciator-pediniere inglese. …

La mattina del 14 agosto apparve all’orizzonte il monte Carmelo e, mentre la nave si avvicinava ad Haifa, il comandante del cacciatorpediniere ordinò con l’alto-parlante alla “Katriel Yaffe” di gettare l’ancora e non entrare nel porto….

Dopo vari giorni di attesa, il viaggio dei bambini di Selvino e degli altri ebrei si concluse con l’internamento nei campi di detenzione a Cipro, sino alla dichiarazione d’indipendenza d’Israele (14 maggio 1948).

 Sandro Fascinelli

(Parte del racconto è tratto da “Il viaggio verso la Terra promessa” di Aharon Megged).