Claire Neikind (nella foto indicata con una freccia) è nata il 21 ottobre 1919 nel Queens, a New York. Laureatasi in Economia, dopo aver conseguito un master in giornalismo presso la Columbia University nel 1945, divenne corrispondente da Roma della Overseas News Agency. Il suo primo reportage fu la storia del viaggio che intraprese, sotto il falso nome di “Ola”, unendosi segretamente agli immigrati ebrei clandestini della nave “Four Freedoms” (ex Fede) partita dal porto di Bocca di Magra – Italia –  fino alle coste della Palestina, tra il 23 agosto e il 3 settembre 1946. Fu anche internata per un breve tempo a Cipro assieme agli altri ebrei.  Nel 1951, sposò lo scrittore Tom Sterling e si stabilì in Italia, a Cortona (AR). Morì il 17 giugno 1995 in un ospedale di Arezzo.  Viaggiò molto e scrisse numerosi articoli e diversi libri di politica e terrorismo.

(da Ameglia Informa di marzo 2020) (1)

nel 1946 seguì il secondo * viaggio del Fede da Bocca di Magra alla Palestina.

* Il 1° viaggio fu dalla Spezia l’8 maggio 1946

 

Quello che è accaduto a Bocca di Magra negli anni 1946-1947 sta avendo una portata storica impensabile per Ameglia, soprattutto grazie al nostro giornale, nato per valorizzare il nostro passato e le nostre tradizioni. Un’altra “storia” rimasta sepolta nel tempo è venuta alla luce: l’unico reportage che ha seguito gli ebrei non solo alla partenza ma anche nel corso del viaggio e l’internamento a Cipro, da parte di Claire Neikind, giornalista americana corrispondente da Roma per Overseas News Agency, che ci ha lasciato un articolo sul secondo viaggio del Fede partito da Bocca di Magra il 23 agosto 1946.

Abbiamo voluto farle un’intervista postuma per conoscere in dettaglio le fasi dell’imbarco, del tragitto e dell’internamento a Cipro (un viaggio molto difficoltoso, basti pensare che gli ebrei trasportati sono stati 1.024 mentre nel primo viaggio, quello partito legalmente dalla Spezia, il Fede ne imbarcò 675).

D.: Miss Claire, come le è venuto in mente di fare nel 1946 un viaggio in condizioni così precarie assieme agli immigrati ebrei diretti in Palestina?

R. Il fatto è che avevo richiesto all’ambasciata britannica di Roma un visto per un incarico giornalistico che volevo svolgere a Cipro ma mi avevano detto che ci sarebbe voluto almeno un mese. Un mese di attesa per me sarebbe stato veramente tropo. Accadde così che, mentre mi agitavo in questi pensieri dietro la mia comoda scrivania, ricevetti la telefonata che mi portò verso un viaggio di sofferenza e di tragedia che non avrei dimenticato mai. Quella telefonata risolse però il mio problema. Il mio interlocutore mi disse che sarei potuta partire subito per Cipro, se fossi stata disponibile a farlo nel modo più difficile, con una nave in partenza ventiquattro ore dopo verso la Palestina.

Le istruzioni datemi erano semplici. Mi sarei dovuta vestire come una rifugiata ebrea, non parlare in inglese, nascondere la mia identità ai miei compagni di viaggio e stare zitta quando saremmo stati fermati dagli inglesi al nostro arrivo ad Haifa.

La mattina dopo, con una gonna e una camicetta di cotone da pochi soldi, con le unghie senza smalto, con i capelli appiattiti e con un pacchetto di pillole per il mal di mare Mother Sill’s in tasca, ho lasciato velocemente Roma verso il porto di Bocca di Magra, nell’alto Mediterraneo, dove mi aspettavano gli amici dell’organizzazione clandestina.

Appena arrivata le prime notizie furono cattive notizie: la nostra nave doveva essere il “Fede” che, per malasorte era diventata famosa in tutto il mondo cinque mesi prima.

Rinominata come Four Freedoms, era stata subito giudicata sospetta dalle autorità britanniche e locali, che l’avevano fermata proprio quel pomeriggio. Si era dovuta allontanare e probabilmente sarebbe tornata più tardi di notte per poi ripartire subito. Il caricamento di acqua, cibo, forniture mediche e preparazione dei letti non era stato completato, per di più un forte vento di sud-ovest rendeva pericoloso l’imbarco

D.: Come sono avvenuti l’imbarco e la partenza?

R.: Non c’era alcun segno di confusione o panico nel campo marittimo dove i rifugiati ebrei stavano aspettando. Per motivi di sicurezza, non erano stati informati dell’orario di partenza fino all’ultimo momento. Alle 10 di sera ho seguito da vicino il capo del campo mentre si preparava a dare la notizia.

L’annuncio della partenza fu dato nel massimo silenzio. L’imbarco sarebbe stato difficile oltre che per il vento anche per la bassa marea. Meno persone in partenza avrebbe significato più comfort, ma avrebbe significato forte delusione per coloro che sarebbero dovuti restare indietro. A causa delle prevedibili difficoltà del viaggio, non erano previste donne incinte né bambini (poi invece ne trovai tre proprio nella mia cabina). La nave aveva l’ordine di navigare direttamente verso Tel Aviv, indipendentemente dal fatto che gli inglesi le ordinassero o meno di fermarsi. Era probabile che fossimo catturati ed inviati a Cipro. Chiunque avesse voluto ritirarsi poteva dirlo subito, ma nessuno indietreggiò.

Entro dieci minuti, mille e quattordici rifugiati ebrei erano pronti, in gruppi organizzati di trenta, in attesa che le chiatte li portassero al Fede. Portavano solo gli zaini sulla schiena. Non c’era spazio per i bagagli in eccesso e le loro mani dovevano essere libere per salire a bordo. Non c’erano luci. Nessuno parlava o fumava. Ho riempito la mia preziosa bottiglia d’acqua e mi sono unita a loro.

Il leader del gruppo, che conosceva la mia identità, mi fece salire assieme a lui su una piccola imbarcazione che ci attendeva. A un miglio dalla costa, trovammo il Fede, trattenuto a stento dalla sua àncora per il mare che era incredibilmente agitato. In contemporanea quat-tro chiatte, densamente affollate di rifugiati, si stavano avvicinando ai fianchi della nave come cuccioli che si spingevano per succhiare il latte materno.

Mentre qualcuno mi lanciava una scala di corda, ho potuto vedere il ponte della nave che si alzava e si abbassava su di me, in un rollio continuo e stomachevole. Ero spaventata a morte. Mani forti mi tirarono su in qualche modo e mi trovai sbattuta sul ponte. Non è stato così facile per gli altri passeggeri. Il mare agitato rendeva impossibile mantenere tese le scale di corda. Il primo uomo a tentare il trasferimento fu preso tra la chiatta e la nave procurandosi la frattura di una gamba. Mentre gli altri nelle chiatte attendevano il loro turno, l’equipaggio lavorava freneticamente nell’oscurità e nel silenzio per rendere veloci i trasferimenti. C’erano più di mille persone da trasbordare prima della luce dell’alba e bisognava anche tener conto delle raffiche di vento. Nonostante le torce che tagliavano l’oscurità e le grida di comando che rompevano il silenzio, i progressi erano dolorosamente lenti.

Per sei ore ho visto le mani aggrappate alle scale, i volti dei vecchi scolpiti dalla paura e le labbra tremanti dei giovani. Ognuno che saliva a bordo veniva indirizzato verso la stiva e gli veniva dato un sacchetto di carta in cui poteva vomitare in caso di mal di mare. Uno ad uno, uomini e donne si arrampicarono sul ponte e scomparvero sottocoperta. All’alba l’ultimo uomo saliva a bordo.

Alle cinque eravamo pronti a salpare. Sono andata allora a dare la buonanotte al capitano. Era preoccupata. La nave era leggera, solo 650 tonnellate di peso e 43 metri di lunghezza. Se la maggior parte dei nostri mille passeggeri non fosse restata al di sotto del ponte, la nave sarebbe stata costantemente e pericolosamente fuori dalla chiglia. “E non puoi tenerli sotto molto a lungo”, mi ha detto. “Quando vedrai com’è la situazione, capirai cosa intendo”. L’ho lasciato su questa nota spiacevole e sono andata nella mia cabina.

Ero privilegiata perché mi era stata assegnata una piccola cabina, abbastanza grande per una cuccetta, un lavandino e una sedia. Tenendo la porta per non cadere, accesi la luce per osservare la mia nuova casa. Legato saldamente allo schienale ondeggiante della sedia c’era un sottile vaso di rose. Su un cuscino di paglia era incastonata una bottiglia di vecchio cognac. Qualcuno mi stava augurando buona fortuna. Mentre salivo sulla cuccetta, il mio piede toccò qualcosa di strano e mi piegai per indagare. Tre bambini clandestini erano rannicchiati sul pavimento sotto di me. Accanto a loro c’erano i loro sacchetti di carta, ancora puliti. Dormivano profondamente. Ho accarezzato le loro teste e sono andata a letto.

D.: Come erano sistemati gli ebrei a bordo?

R.: La prima giornata di viaggio mi svegliai quando eravamo già in giorno pieno. Andai sul ponte di comando dove trovai il capogruppo a cui dissi: “Dimmela giusta sul viaggio”. Me lo disse chiaramente. Avremmo fatto un lungo percorso, della durata di circa dieci giorni, per evitare i due pericoli: le mine e gli inglesi. Ciò avrebbe ridotto la nostra già scarsa disponibilità d’acqua. La nostra razione d’acqua sarebbe quindi stata di una mezza pinta al giorno. Poiché le attrezzature per cucinare per un migliaio di persone avrebbero reso sospettosa la nostra nave, non avremmo avuto cibi caldi se non una probabile tazza di tè. Il nostro cibo sarebbe stato limitato in gran parte a gallette, salsicce, formaggio, carne in scatola e verdure, un po’ di latte in scatola e pere secche.

Non avevamo un dottore, ma c’erano un dentista e due infermiere. Le medicine erano limitate all’aspirina e alla morfina. Settanta donne incinte avevano mentito sulle loro condizioni ed erano salite a bordo, e due di loro erano all’ottavo mese. Potevamo solo incrociare le dita e sperare che nessuno fosse nato durante il viaggio.

Il problema del letto era davvero grave. Nella stiva erano stati completati solo cinquecento posti letto, la maggior parte dei quali assegnati a donne. Cinquecento persone avrebbero dovuto dormire sul ponte.

La mancanza di letti non era solo scomoda, era pericolosa. Più di una manciata di persone sul ponte avrebbe attirato la curiosità di qualsiasi nave di passaggio e, senza strutture per le persone sotto coperta, sarebbe stato quasi impossibile tenerle lì sotto.

Mentre passava il tempo, ho fatto il punto: i miei compagni passeggeri stavano apportando le modifiche che potevano alla vita di bordo. Molti si bagnavano con secchi d’acqua di mare per ottenere sollievo dal caldo ardente. Altri si radevano, pettinavano i capelli arruffati, modellavano cappelli di carta per evitare i riflessi del sole. Non c’era traccia di ombra da nessuna parte. Almeno tre quarti delle persone visibili portavano sulle loro braccia i numeri tatuati di blu di Dachau, Majdanek, Buchenwald, Auschwitz e Birkenau.

Ho preso una torcia e sono scesa a guardare la stiva. Aggrappata a una fune come supporto, non potevo né muovermi, né vedere, né respirare. Mi veniva da svenire all’istante dall’aria calda e acida e dai corpi sudati che premevano contro di me su tutti i lati. I letti che rivestivano la stiva erano file di tela cadente di meno di un metro di larghezza e uno sopra l’altro ad una distanza di circa 60 centimetri. La maggior parte delle persone giaceva su queste strisce senza muoversi o parlare. Molti vomitavano nei loro sacchetti di carta. (segue ad aprile)

Sandro Fascinelli

(da Ameglia Informa di aprile 2020) (2)

 D.: Miss Claire come ha utilizzato il tempo durante la navigazione?

R.: Ho trascorso il mio tempo a conoscere le persone a bordo, provenienti principalmente da Polonia, Ungheria e Romania. La loro esistenza era stata marchiata da una profonda tragedia personale. Le storie erano simili: due, quattro, sei anni in un campo di concentramento. Famiglie bruciate nel crematorio o tanti anni con i partigiani vivendo nei boschi.

Alla fine di ogni storia, ho posto la stessa domanda: “Perché vuoi andare in Palestina? Perché non in America, se riesci ad entrarci? O in qualche altro paese?” Alcuni avrebbero voluto andare in America ma quasi tutti volevano solo la Palestina e ne motivavano il perché. Un esempio per tutti, quello di una graziosa ragazza polacca che mi ha spiegato le sue ragioni. Quando i nazisti arrivarono a Varsavia, ricevette falsi documenti cristiani da amici e riuscì addirittura a lavorare nella sede dell’esercito polacco clandestino. Rimase lì due anni in incognito. Mentre era lì, seppe delle direttive del generale Wladyslaw Sikorski, che ordinava alla resistenza di non fare nulla per impedire alle SS di uccidere gli ebrei. Vide anche partigiani polacchi uccidere partigiani ebrei e poi lasciare i loro corpi ai tedeschi con un cartello che diceva: “Ecco un ebreo che ha combattuto contro di te”.

Riuscì a fuggire dalla Polonia non appena fu possibile per tentare di arrivare in Palestina. “Ho combattuto abbastanza per il paese di qualcun altro”, ha detto, “ora voglio combattere per un paese mio”. Il ragionamento degli altri era più o meno lo stesso. Pochi avevano motivi religiosi. Credevano semplicemente che non sarebbero mai stati al sicuro dall’antisemitismo in nessun paese, tranne che in un futuro Stato ebraico.

D.: Ha qualche storia particolare da raccontarci?

R.: Sì, vorrei raccontare una storia, che mi è stata raccontata da un ebreo greco di 26 anni con il sorriso di un ragazzo ma con gli occhi di un uomo anziano: Eliko Cohen, numero 114.222, robusto e orgoglioso, pieno di un calore profondo e passione per il suo popolo.

Nel febbraio 1943 venne prelevato da Salonicco con la famiglia: padre, madre, fidanzata e fratello undicenne per essere poi deportati al campo di concentramento di Birkenau. I suoi genitori furono inviati direttamente al crematorio mentre il suo fratellino fu internato per sei mesi nel blocco dei convalescenti. Una notte il ragazzo disse a Eliko che il suo gruppo era stato selezionato per il trasferimento in un altro campo. Si salutarono. A mez-zanotte, Eliko sentì le grida del gruppo di suo fratello che veniva trasferito al crematorio.

Dopo la morte del fratello, Eliko non voleva più vivere e smise di mangiare ma un vecchio del campo gli parlò una notte: “Se vuoi vendetta per tuo fratello devi vivere. Se decidi di vivere, devi dimenticare tutti, imparare a imbrogliare e rubare, diventare la persona più egoista del mondo”. Decise così di vivere. Quando seppe che gli intellettuali sarebbero stati i primi a morire, decise di mettere da parte il suo background universitario.

“Ho cambiato il mio modo di parlare e ho cercato la compagnia dei ladri”, mi ha detto. “Ho raccontato che ero stato un brigante a Salonicco. Ho imparato a rubare. Mi sono arrangiato a cercare cibo nei letamai”. Poco dopo, apprese che anche la sua fidanzata era morta perché, sperando di ottenere un trattamento migliore, aveva detto ai nazisti che aveva avuto la malaria, anche se non era vero. Fu mandata invece al crematorio di Maidenek.

Eliko fu trasferito in un campo di lavoro a Varsavia. Ha vissuto sette mesi lì senza un bagno o un cambio di vestiti. Ogni sera prima che le luci si spegnessero, toglieva le pulci e i pidocchi dai suoi vestiti. Dopo lo spegnimento delle luci, era impossibile riuscire a dormire a causa del prurito. Porta ancora sulle gambe i tentacolari segni del tifo dei pidocchi. I suoi amici gli dissero: “Eliko, hai l’odore della terra. Morirai tra due o tre giorni”. Rise di loro. Ogni mattina, quando andava a lavorare, il suo capo aveva l’ordine di uccidere una quota di ebrei ma lui riuscì a sconfiggere la morte. Quando l’Armata Rossa si avvicinò a Varsavia, il suo accampamento fu evacuato. Gli ebrei iniziarono una marcia a piedi di 150 Km. Per tre giorni marciarono senza cibo e acqua. Di notte scavavano nel terreno con dei cucchiai per succhiare la terra umida. Alcuni si strappavano i denti d’oro dalle bocche per corrompere le guardie per un “drink”. Il terzo giorno nell’attraversare un fiume molti ruppero i ranghi per correre verso le sponde ma furono subito uccisi. L’ac-qua divenne rossa di sangue.

Quella notte si accamparono in una foresta. Cominciò a piovere e presto il terreno divenne un acquitrino. Dormivano su un fianco per tenere la testa fuori dall’acqua. Dopo due giorni fermi lì, furono trasferiti su carri bestiame sigillati, senza orinatoi o finestre aperte. Alla fine arrivarono a Dachau in Baviera. Quattro giorni dopo, furono inviati al Kaufering IV per costruire una fabbrica sotterranea. “Per ogni metro di tunnel che abbiamo costruito, ha detto Eliko, morivano un centinaio di ebrei”. Divenne abile a sgattaiolare dal campo per rubare qualche patata.

All’inizio del 1945, sentirono il suono dei fucili americani. Le loro guardie però gli dissero: “Voi non vivrete abbastanza per vederli. Vi spareremo anche se sono a un chilometro di distanza”. Quando però gli americani stavano per arrivare, il campo fu evacuato. Venticinque mila prigionieri furono condotti a piedi verso il Tirolo austriaco. Durante la seconda notte di marcia, nell’oscurità e durante una forte nevicata, Eliko riuscì a sgattaiolare fuori dai ranghi verso il bosco. Si nascose nei fienili e sul retro delle case fino a quando non arrivarono gli americani.

Quando Eliko finì la sua storia, stava piangendo, e anche io piangevo.

“Sì, sono libero, disse. Ma chi mi vuole? In Palestina potrebbe esserci una nuova vita, non per me, perché la mia è finita ma per i miei figli. Ma gli inglesi non ci faranno entrare, vedrai. Ci manderanno di nuovo a un campo di concentramento”.

Era inutile negarlo.  (segue a maggio)

 Sandro Fascinelli

 (da Ameglia Informa di maggio 2020) (3)   Nei mesi di marzo e aprile  siamo venuti a sapere da Claire Neikind (nome in codice da profuga, Ola) come è giunta sino a Fiumaretta, poi dell’imbarco sul Fede II (23 agosto 1946), le peripezie del viaggio e uno dei tanti racconti dei sopravvissuti ai campi di sterminio nazisti.

 

Dopo quasi una settimana di navigazione in condizioni igieniche e allocative disastrose il Fede II (o anche Arba Cheruyot o Four Freedoms) è a circa 200 miglia dalla Palestina, dove iniziava la zona  di mare controllata dagli inglesi. Il cibo a bordo era finito e di acqua ne avevamo poco più di un litro a testa. Venne ridotta la velocità a tre nodi l’ora, in modo da raggiungere Tel Aviv solo a notte fonda. Per non destare sospetti ai ricognitori, fu dato l’ordine di restare nella stiva di giorno. Lì sotto la puzza e il calore, per la presenza di più di mille persone, era insopportabile e molti erano semincoscienti, per malattia e fame. Per un giorno e una notte la navigazione proseguì senza incrociare nessuno e così sino alle 14, quando un quadrimotore Lancaster piombò su di loro volteggiando lentamente, come per dire che “il gioco era finito”: era lunedì due settembre. Sentiamo ora il racconto di Claire (Ola).

 D.: Miss Claire cos’è successo dopo che siete stati scoperti dagli inglesi?
R.: Per prima cosa io, assieme ai pochi che a bordo sapevano che ero una giornalista, ho cercato di nascondere la mia identità.

Abbiamo deciso di dividere i miei documenti in due parti: il tesserino “US Correspondent” e il mio passaporto da una parte e le credenziali e i travellers check dal- l’altra. Il tutto chiuso in buste impermeabili e nascosto nella imbracatura del braccio fratturato di una ragazza.

Meno male, perché poco dopo ci raggiunse un cacciatorpediniere e, mentre gli ebrei sollevavano la bandiera sionista blu e bianca e cantavano “Hatikvah” con aria di sfida, gli inglesi gridando ordini attraverso un megafono, ci avvertivano che dovevamo fermarci, perché stavamo entrando nelle acque territoriali della Palestina, in caso contrario ci avrebbero fermato con la forza e arrestati.

Gli uomini più giovani a bordo afferrarono bastoni e pezzi di tubo gridando che se qualche soldato avesse provato a salire a bordo, le avrebbero prese e subito la nostra nave cercò di svicolare a velocità massima, ma il cacciatorpediniere si diresse dritto verso di noi e, manovrando in una tangente, ci speronò a babordo. La nostra nave si inclinò pericolosamente e quelli che erano sul ponte rotolarono contro la ringhiera di tribordo.

Dall’incrociatore cominciarono a gettare acqua a pressione con degli idranti verso quei pochi che ancora erano in piedi, mentre decine di marinai britannici con mitragliette salivano a bordo. Le donne li apostrofarono con grida di “Heil Hitler” e “Nazisti” mentre dei giovani, con i pugni e dei bastoni, presero alcuni marinai in ostaggio. Uno di loro, con il naso insanguinato, era stato trascinato sulla coffa e, mentre i suoi rapitori indicavano con un dito i numeri dei lager sulle loro braccia, urlavano amaramente: “Ausch-wicz”, “Buchenwald”, il marinaio gridava: “Cosa volete da me? Non vorrei essere qui. Vorrei essere a casa con la mia ragazza a Londra”.

Nel frattempo si avvicinò un altro cacciatorpediniere che ci speronò e ci immobilizzò. Altri marinai salirono a bordo e, dopo essere entrati nella sala macchina, fermarono la nave. Con i megafoni ci ordinarono di scendere nella stiva. Nessuno si mosse. “Se non scendete subito in basso, spareremo” dissero al megafono. Mentre i rifugiati iniziavano a cantare, fu sparato un primo colpo di pistola in acqua, poi subito dopo un altro che colpì il ventilatore a pochi metri dalla mia testa. Una bomba lacrimogena cadde ai miei piedi, qualcuno la raccolse e la gettò indietro.

Per quattro ore proseguirono combattimenti corpo a corpo, spari e getti di acqua salata. Quando arrivò il buio gli inglesi riuscirono a occupare il ponte e i rifugiati, sfiniti dalla mancanza di cibo e acqua, si arresero.

I soldati britannici presero anche me e mi spinsero in malo modo dal ponte alla stiva mentre un altro con il calcio del suo fucile mi spingeva in basso mormorando “Scendi laggiù, lurida scrofa.” Accatastati uno sopra gli altri nella stiva fumante, incapaci di muoverci, siamo rimasti in attesa.

D.: Come è finita?

R.: Ci è stato permesso di lasciare la stiva solo al mattino, sporchi e malandati, mentre la nostra nave veniva rimorchiata da Tel Aviv ad Haifa. Più di cento uomini erano stati feriti, la maggior parte alla testa e le loro ferite erano imbevute di sangue. La sete era diventata una tortura lancinante così alcuni avevano bevuto l’acqua di mare ma subito dopo si contorcevano gemendo sul ponte in agonia, strappandosi i vestiti e graffiandosi il volto e il corpo con le unghie. Dovunque uomini e donne svenivano, collassavano, altri piangevano senza freno e silenziosamente si ammucchiavano dove si trovavano. Di fronte a una tale orgia di sofferenza, i soldati britannici distoglievano lo sguardo.

A mezzogiorno arrivammo ad Haifa dove ci attendeva l’Empire Heywood, la nostra nave prigione. Ci attraccammo a una chiatta che era disposta al suo fianco. Qui ci fu portata l’acqua per dissetarci, così tutti si accalcarono su quel lato. Eliko, che era vicino a me disse: “An-che loro ci trasformeranno di nuovo in animali che combattono per un poco da bere o da mangiare”.

Dopo averci dissetato, gli inglesi iniziarono a trasferirci sull’Empire Heywood, previa requisizione dei nostri zaini, che avrebbero ispezionati più tardi con comodo. Appena sopra, fummo condotti lungo un corridoio di filo spinato dentro a una piccola stanza, perquisiti e poi condotti, lungo un passaggio simile, verso una parte recintata del ponte superiore, abbastanza larga da contenere circa quaranta persone.

Passammo attraverso un cancello con il filo spinato e ci furono consegnati una coperta, un piatto e una tazza.

Fummo in seguito portati sottocoperta, attraverso una rampa di scale, in una grande gabbia delimitata su tutti i lati con filo spinato e intorno con delle cuccette a castello. Le gabbie erano due, in cui si ammassavano circa cinquecento persone ognuna. Non c’erano abbastanza cuccette così, chi non aveva trovato posto, si gettava a terra esausto.

Sulle travi che sostenevano il filo spinato era scarabocchiato in ebraico: “Voi non siete i primi su questa nave e non sarete gli ultimi”. “Siamo stati per dieci giorni su questa nave”. “Ci vedremo presto a Cipro e un giorno a Eretz”. Alle ore 20 dei soldati arrivarono con secchi di fagioli freddi e biscotti, che posarono sul pavimento. Ci furono proteste per il cibo che si doveva raccogliere da terra e che riuscirono a prendere solo quelli più vicini. Almeno la metà di noi rimase senza nulla. (segue)

Sandro Fascinelli

 (da Ameglia Informa di giugno 2020)(4)

nel 1946 seguì il secondo * viaggio del Fede da Bocca di Magra alla Palestina. 

* (Il 1° viaggio fu dalla Spezia)

Nei mesi di marzo, aprile e maggio siamo venuti a sapere da Claire Neikind (nome in codice da profuga, Ola) come è giunta sino a Fiumaretta, poi dell’imbarco sul Fede II (23 agosto 1946), le peripezie del viaggio, uno dei tanti racconti dei sopravvissuti ai campi di sterminio nazisti, la cattura della nave da parte degli inglesi (2 settembre) e la deportazione tramite una nave prigione sino a Cipro, dove li aspettava l’internamento in un campo di detenzione.

Dopo un viaggio allucinante di tre giorni, stipati come sardine, con un solo bagno ogni 500 persone, senza cibo, arrivarono finalmente a Famagosta. Qui, a piccoli gruppi, furono caricati su camion aperti controllati da guardie, che si diressero per tre km, verso l’interno lungo un percorso disseminato da carri armati leggeri e carri armati Bren. Il campo che li attendeva era delimitato da due alte recinzioni di filo spinato recanti sulla parte superiore delle spirali spinate. Tra le due recinzioni, delle Jeep con pattuglie armate a bordo giravano tra i due anelli. Sopra le recinzioni erano appostate sentinelle armate sedute su piattaforme di legno con enormi torce. All’interno delle recinzioni si intravedevano tristi file di tende, lavanderie in ferro e guardie. A tale vista tutti borbottavano: “Mathau-sen!”, “Dachau!”, “Birkenau!”.

 

D.: Cosa hai visto e come era la vita nel campo di detenzione di Cipro?

R.: Appena arrivati al “campo” siamo stati irrorati  con una bella dose di DDT (foto sopra) poi, a gruppi, siamo stati sottoposti a un’accurata ispezione personale: gli uomini da una parte e le donne dall’altra, separati da un divisorio di filo di ferro corrugato alto circa un metro e mezzo. Alle donne fu detto di togliersi le scarpe, di sollevare i vestiti e di tirare giù i corsetti.

Tre soldati si erano avvicinati al divisorio per guardare. Quando venne il mio turno, una giovane poliziotta A.T.S. mi diede in modo irrispettoso una pacca sui fianchi. “Com’è, niente corsetto tesoro?”, disse. “Non dovresti andare in giro così sciolta, una pollastra come te” e strizzò l’occhio ai soldati che si misero a ridere. Ero troppo concentrata per arrabbiarmi. I miei occhi si girarono veloci verso la ragazza partigiana con i miei documenti. Passò indenne attraverso l’ispezione e io respirai di nuovo.

Avanzammo verso la successiva tenda per farci registrare. A ognuno di noi fu assegnato un foglio ciclostilato per le razioni di acqua, con i nostri numeri scritti sopra. Sul retro, scritto a matita, senza alcuna data, nome o firma, era segnata la somma di denaro che ci avevano sottratto. Questa era la nostra ricevuta. Non vi erano ricevute per i nostri orologi o altri oggetti di valore.

Ero entrata senza problemi ma, dopo un’occhiata in giro, per me era di estrema importanza poter uscire non appena avessi voluto. Così, dopo aver lasciata la tenda, il mio primo istinto fu di cercare la ragazza col mio passaporto. Vidi che mi stava aspettando nella lavanderia. Tagliai il gesso dal suo braccio, la abbracciai e feci scivolare il passaporto sotto la mia camicetta. D’ora in avanti, giurai, non mi avrebbe più lasciato, ma questo fatto mi fece riflettere su quei quattromila ebrei del campo che il passaporto non l’ave-vano. Andai in cerca di un posto dove accamparmi, così trovai un gruppo di amici di viaggio e mi trasferii sotto la loro tenda.

Il mio letto era una panca di legno con sopra dei sostegni in ferro, senza materasso e con un guanciale di paglia. “Mio Dio, quanto vorrei farmi un bagno”, dissi disperatamente. Qualcuno mi indicò un secchio pieno d’acqua perché le docce con l’acqua salata erano fuori uso. Potevamo vedere il mare dal- l’altra parte del filo spinato, ma non potevamo andarci.

Dovevamo bere, lavarci e lavare i nostri vestiti con una razione da un gallone di acqua al giorno (circa 4 litri), entrai così in una coltre di depressione. Per una razione di cibo ci mettemmo in fila e dopo essere stati in piedi per tre ore, ricevemmo una scodella di zuppa densa di patate, una fetta di pane e del the color fango. Dal momento che non vi erano luci nel campo e non vi era nulla da fare andammo a dormire ma lottando fino al mattino contro le zanzare.

Dai pasti successivi ci furono delle variazioni: c’era una fetta di pane due volte al giorno, occasionalmente avremmo trovato una zuppa con un pezzo di carne, spesso rancida perché non c’era-no frigoriferi nel campo, altre volte la zuppa era a base di riso con i vermi. Una volta ricevetti un piccolo grappolo d’uva. Nonostante fossi sempre affamata, non ero in grado di terminare la zuppa che era il piatto forte dei nostri pasti. La trovavo indigesta. Come molti miei compagni, preferivo tenermi la fame.

In seguito, seppi che non vi erano speciali razioni di latte o di altri alimenti per le trecento donne in stato di gravidanza presenti nel campo, o per i duecento bambini da un mese a quattordici anni, eccetto l’Ovomaltina per il più giovane di loro. Dal momento che tutto il denaro era stato sottratto ai prigionieri per evitare che corrompessero le guardie per scappare, risultava impossibile integrare la dieta immangiabile con cibo proveniente da fuori.

D.: Quanto hai resistito nel campo e come sei riuscita a uscire?

R.: La profonda disperazione che trovai tra gli ebrei, non proveniva solo dalle condizioni fisiche con cui avrebbero dovuto convivere, ma era la presenza del filo spinato unita alla mancanza di qualsiasi attività a ridurre progressivamente a pezzi il loro morale. Non c’erano certo i forni crematori lì a Cipro ma quella per loro non era certo vita da vivere.

Al di là di cinque palle di un gioco simile al baseball, di una rete da pallavolo donata dai ciprioti e di una decina di quotidiani in lingua inglese, che pochi erano in grado di leggere, non vi era modo di trascorrere le giornate, salvo fissare lo sguardo attraverso il filo spinato verso il mare. Avrebbero dovuto affrontare queste condizioni forse anni (come infatti è avvenuto, ndr), ma tre giorni per me furono sufficienti, così venerdì pomeriggio del 6 settembre 1946, dissi ai miei compagni che sarei partita. Preparai una nota scritta da far uscire di contrabbando dal campo chiedendo ai giornalisti di Cipro di aiutarmi all’esterno, se non avessero più avuto notizie di me dal momento della ricezione del mio messaggio, poi misi al collo la tessera di giornalista e mi diressi ai cancelli.

I miei occhi erano annebbiati quando arrivai là. L’inte-ro campo era venuto per vedermi andare via. In mezzo ai pianti e ai saluti, si attaccarono alle mie braccia e alle mie gambe, baciandomi e stringendo la mia mano, augurandomi buona fortuna e supplicandomi di raccontare al mondo la loro storia. Mi lanciarono in aria e mi portarono sulle loro spalle fino all’ufficio del comandante. Ero nervosa.

Con voce tremolante dissi al maggiore: “Sono una giornalista americana. Sono venuta qua assieme a queste persone e sono rimasta con loro, ora penso sia giunto il momento per me di ritornare a casa”. Il suo viso sbiancò e disse: “Lo penso anch’io”. Fine

 

Claire Neikind fu arrestata e interrogata poi chiusa in una piccola baracca intonacata con il tetto di latta. Questo casotto divenne la sua prigione per quattro giorni, guardata a vista dalle poliziotte ATS, che furono cortesi con lei quanto possibile in tali circostanze ma con l’ammoni-zione che, se avesse tentato di fuggire le avrebbero rotto un braccio. Appena arrestata chiese di poter telegrafare subito alla sua ambasciata ma seppe poi che i suoi messaggi non furono mai recapitati. I giorni passavano senza notizie. Al quarto giorno, presa dalla disperazione, informò le guardie che avrebbe smesso di mangiare finché non fosse stata rilasciata. Fu liberata il pomeriggio del giorno successivo.

Grazie Claire che hai fatto sapere al mondo le condizioni di vita degli ebrei che tentavano di raggiungere la Terra Promessa e che hai scelto una nave in partenza da Ameglia (Bocca di Magra) per fare ciò.

 (Le risposte di Claire Neikind sono tratte dal suo diario “Our goal was Palestine”).

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Sandro Fascinelli