(da Ameglia informa di gennaio 2022)

Sono tornato tante volte a casa mia, a Bocca di Magra, ma questa volta mi pare di tornarci come in sogno, quando tornano a visitarci quelli dai quali non vorremmo separarci più. In quei sogni ci sono tutti quelli che abbiamo amato, e oggi non ci sono più”.

Queste parole di profondo amore per le sue origini, sono quelle di Roberto Pazzi sul suo profilo FB, nel tornare ad Ameglia dalla porta principale, dopo tanti anni dimenticato dal suo paese natio.

Noi conoscevamo la sua fama da sempre, ma eravamo intimoriti di contattarlo: Ameglia Informa, probabilmente il più piccolo giornale di tutt’Italia e lui il grande scrittore! Il ghiaccio è stato rotto grazie a Emanuela Biso, comune amica da più di 40 anni tramite il suo papà, che ci ha presentato “virtualmente”. Ho compreso così che il “grande” scrittore è invece una persona molto affabile, che ci ha permesso d’intervistare sua mamma a Bocca di Magra. Noi “rompiamo il ghiaccio” con una recensione del suo libro della scrittrice, poetessa e saggista Maria Luisa Eguez.

L’assessora Marzia Ratti ha fatto poi il resto, propiziando un incontro letterario nella sua Ameglia, “per la prima volta”!

Sandro Fascinelli

Roberto Pazzi in sala consiliare mentre declama una sua poesia su Bocca di Magra

ROBERTO PAZZI, cittadino d’eccezione

Amegliese per parte della mamma Maria Teresa Rolla e qui nato nel 1946 e ferrarese per parte del papà, Roberto Pazzi tiene alto l’orgoglio cittadino per i traguardi raggiunti in campo poetico e letterario, come ha dichiarato il Sindaco in apertura dell’incontro con lui, avvenuto lo scorso 19 dicembre2021 in Sala Consiliare. L’in-contro è il primo appuntamento del progetto “Percorsi del Novecento, fra fiume e mare” voluto dall’assessorato alla cultura nell’ambito degli obiettivi del nuovo man-dato di amministrazione.

Poeta raffinato, giornalista, scrittore pluripremiato e ormai tradotto in 26 lingue (Premio Bergamo, Selezione Campiello, superpremio Grin-zane Cavour, Flaiano ecc.), docente universitario e fondatore di una scuola di scrittura creativa, non ha mai interrotto i suoi legami coi luoghi dove è nato e dove ha trascorso buona parte della sua giovinezza, entrando in contatto con le presenze culturali che hanno ravvivato le estati di Bocca di Magra nel secondo dopoguerra, in particolare col poeta Vittorio Sereni che lo ha incoraggiato e seguito negli esordi della  carriera.

Nell’occasione, gli è stata consegnata una targa incisa sulla dolomia dei nostri monti che reca la definizione di “Cittadino d’eccezione”, tributo che il Comune di Ameglia ha voluto riconoscere all’importante e famoso autore. Ma non sono mancati altri omaggi, a partire dal canto introduttivo di Maria Tortorelli, bravissima giovane soprano, accompagnata alla tastiera da un altro giovante di talento, Maicol Ahmeti, sulle note di Giovanni Paisiello e di Franz Schubert.

Quindi, la proiezione di immagini d’epoca, tra le quali alcune inedite proprio di Pazzi al tempo della sua infanzia, che hanno commosso l’autore e incantato il folto pubblico presente.

Pazzi dal canto suo ha ricambiato il calore affettuoso della serata, dedicando dapprima una lettura teatrale del suo ultimo successo editoriale, Hotel Padreterno (Nave di Teseo, 2021) che ha  magnetizzato la platea e, poi, recitando e commentando alcune poesie dedicate a Bocca di Magra e ad Ameglia, raccolte nel volume antologico “Un giorno senza sera”. Si è subito creata un’atmosfera magica che ha reso indimenticabile l’incon-tro. Spontanea è nata la richiesta di un suo atteso ritorno in quel “da Megia”.

Marzia Ratti

La visione del mondo dall’Hotel Padreterno

     Una parabola sulla fragilità umana l’ultimo romanzo di Roberto Pazzi. Nel nostro linguaggio si dice: “essere / credersi un Padreterno”, ma quello che ci propone lo scrittore, poeta e giornalista Roberto Pazzi, nativo di Ameglia, è un Signore vecchio, debole, talvolta indifeso anche da se stesso, fattosi uomo ormai al tramonto, suscettibile alle tentazioni come lo fu suo Figlio nel fiore dell’età, un Dio che vuole sperimentare sino alla fine cosa voglia dire essere condizionato dai limiti della carne, essere un miscuglio di miserie e nobiltà, forza e debolezze.

Il Padre va in “vacanza” a Roma ma questo termine, che Egli usa per giustificare la sua partenza dal Paradiso e la sua calata sulla Terra, non è quello più appropriato: il Padreterno è in una sorta di crisi d’identità che vuol risolvere. Legato suo malgrado al personaggio che gli ha cucito addosso nei secoli l’umanità di vecchio giudice inflessibile, vuole vederli da vicino questi esseri umani, calarsi nel loro quotidiano, capire i loro sentimenti non certo sempre eccelsi, le loro pulsioni, le loro lotte contro la propria limitatezza. Vuol, soprattutto, dar sfogo a quanto in sé sente di ancora poco espresso, quasi sconosciuto agli uomini e poco conosciuto anche da lui stesso: la tenerezza della sua paternità e un senso, come la definisce, di “vasta maternità”.

Chi lo vede, nell’affascinante e caotica Roma, un Dio che passeggia tutto incappottato, con guanti e cappello? Quelli che lo vedrebbero in qualunque altra parte del mondo: i marginali, i piccoli d’età (come Davide dai rossi capelli) o di censo (come Milena, la vecchia zingara montenegrina addossata alla banca tedesca) e gli animali, cani e uccelli.

Persino l’anonimo papa è colto con simpatia e rispetto nella verità impietosa della sua vecchiaia, intorno alla quale c’è la siepe curiale con il suo apparato millenario. Un uomo vero e coerente con l’esperienza interiore che gli fa riconoscere il “Dio che passa”, una figura che non può non ricordarci la tenerezza che suscita la senilità di Benedetto XVI.

E poi, quando si tratta di un curiale, il cardinal Palamede Contessi da Viterbo, l’indulgenza è quella che trasforma di botto il confessore in un confessato capace di riconoscerlo anche lui quel  “Dio che passa”. E infine lo stuolo sterminato di chi non ha voce o la cui voce è un mistero tutto da decodificare, come dice l’Apocalisse: «ecco, una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare» (Ap 7, 9).

Non a caso il Padreterno prende le sembianze d’un vecchio: per completare un’intera esistenza umana. Il Padre “nasce” già vecchio, con gli acciacchi dell’età. Riecheggiano allora, per associazione, le parole di Paolo, apostolo delle genti: «Ora io sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne» (Col 1, 24).

È una scelta ben consapevole: il Figlio ha vissuto infanzia, giovinezza e piena maturità umana («Non hai ancora cinquant’anni e hai visto Abramo?», Gv 8, 57), ha liberamente e per amore accettato una morte violenta quando era nel pieno del vigore, della salute, della voglia di vivere. Il Padre viene a completare la parabola umana nella debolezza di un fisico che si avvia ineluttabilmente alla morte, non scelta, non voluta, ma inscritta nelle proprie carni animali. Si potrebbe dire che il Figlio ha vinto il primo round con la morte perché il Padre lo ha resuscitato ma è il Padre stesso che deve lasciarsi vincere da lei per chiudere il cerchio; e per pietà della morte stessa che rivela inaspettatamente quella che è la propria di fragilità.

Nei panni del dottor Giovanni Eterno, senza passato e che il passato mai avuto se l’inventa lì per lì, Dio Padre assaggia tutte le emozioni di cui un anziano è passibile: un amore senile, la malinconia, il senso d’impotenza di fronte alle sistematiche violenze della società, la debolezza fisica, il tempo dilatato, la visione dai suoi margini della frenesia quotidiana. È un Dio che non giudica, che fa propri i conflitti e le contraddizioni umane, che prova un’umanissima pietà per quelle vite sballate che hanno perso l’appuntamento con la possibilità di un’esistenza diversa.

Il rapporto con il Figlio è molto laico, come molto umani sono quelli con gli angeli e i santi.

I ruoli si invertono: è il Figlio che accudisce il Padre mantenendo le debite distanze dei figli che sanno come i padri e le madri anziani non amino essere controllati, condizionati nei loro ultimi spiragli di autonomia decisionale, assistiti oltre misura. Perché il loro tempo sta per scadere; ed è così prezioso.

E il Padreterno porta su di sé anche tutto il peso del dilemma nei riguardi dell’im-molazione del Figlio: «Il fortissimo dubbio dell’inutilità del suo sacrificio, di tutto quel sangue che aveva versato per gli uomini!» (p. 152).  Perché l’umanità è rimasta pagana come prima, piegata sotto il peso schiacciante delle ingiustizie, delle prevaricazioni, del dolore innocente e della sofferenza nella morte.

Pazzi riprende la definizione di Dio data da Voltaire, «il grande orologiaio dell’univer-so» (p. 394-395): il più grande orologiaio che qui si sottomette di sua spontanea volontà alla devastazione del krònos, il tempo che ammazza, per portare agli uomini il kairòs, il “tempo opportuno”, quello della vita rinascente. In mezzo uno iato di mezz’ora: Giovanni Eterno rimette in moto una pendola ferma, portandola mezz’ora avanti (p. 126-127).

E subito il tempo si adegua anche all’esterno dell’al-bergo, generando un più che comprensibile caos nel già caotico correre delle formiche umane. Ma non è il capriccio di un Dio che infantilmente gioca, è un riferimento biblico anche questo, e doppio: «Fermatevi! Sappiate che io sono Dio» (Sal 46, 11); e allora: «si fece silenzio nel cielo per circa mezz’ora»  (Ap 8, 1).

Maria Luisa Eguez