(da Ameglia Informa di febbraio 2021)

Avv. Federico Soleri

Prima d’iniziare il racconto della mia esperienza attraverso la Covid-19, una raccomandazione e una nota di speranza: sforziamoci tutti di seguire, il più possibile, le prescrizioni impartite, vacciniamoci e, prima o poi, come è finita la “peste nera” del 1300, quella manzoniana del 1630 e la Spagnola dei primi decenni del secolo scorso, finirà anche quella attuale!

Verso la fine di novembre 2020, sono stato contagiato dal virus della Covid 19. Pur avendo tenuto un comportamento informato alle note raccomandazioni, l’“incidente” è av-venuto in casa: mia moglie, giorni prima, era risultata positiva. Purtroppo, nonostante le cautele, qualche giorno dopo, avvertiti i primi sintomi ma non la perdita o la riduzione del gusto o dell’olfatto, come spesso accade, anch’io sono risultato positivo. Un po’ ingannato dal fatto che la consorte, subito curata a casa, a parte forti mal di testa e continua debolezza, non presentava altre conseguenze, ho trascurato la cosa, fino a che, aggravandosi il quadro clinico, sulla pressante insistenza di mia moglie, di mio figlio e del personale del “118”, mercoledì sera 2 dicembre 2020, ho acconsentito al trasporto presso il Nuovo Ospedale delle Apuane, di Massa Carrara.

La T.A.C. toracica, ha evidenziato polmonite bilaterale interstiziale e, quindi, è stato disposto l’im-mediato ricovero in reparto Covid. Collocato in una stanza con altro paziente, sono stato subito sottoposto alle cure del caso, fra le quali somministrazione di ossigeno, pressoché in continuazione. I primi dieci giorni circa, sono stati un po’ duri: febbricitante, col fiato corto, debolissimo, bucato più volte al giorno per i prelievi di sangue, sono stato steso a letto senza potermi muovere, con tutti i conseguenti, intuibili, disagi di vario genere. La cosa che sopportavo con maggiore difficoltà, era la maschera per la respirazione meccanica, che mi veniva applicata sul viso, per qualche ora ogni volta, la mattina, il pomeriggio e la notte.

Durante la degenza mi sono sentito curato e protetto, con professionalità e gentilezza dal personale medico e paramedico. Il contatto con i congiunti (in particolare con mia moglie e mio figlio, che mi sono stati di grande aiuto) come noto, vietato fisicamente, era possibile solo grazie al telefono cellulare, col quale, molto faticosamente i primi tempi, potevo scambiare qualche breve messaggio vocale o via WhatsApp.

Le cose sono lentamente migliorate diversi giorni dopo il ricovero: scomparsa la febbre e ridotti i tempi della maschera per la ventilazione, ho cominciato a mangiare qualcosa e stare un po’ seduto. Fra gli altri, uno dei segnali di miglioramento, chiaramente percepito anche da chi mi ascoltava al telefono, era la voce: da molto affaticata e flebile, si faceva sempre più sostenuta e tendente alla normalità. Poi, pur restando molto debole, ho cominciato a fare due traballanti passi nella camera, a mangiare un po’ di più e con appetito e, più tardi, seppur con molto sforzo, ad andare in bagno da solo.

Le cose sono migliorate ulteriormente, fino a che, pur risultando ancora positivo, rilasciato il consenso alla rinuncia alle c.d. “cure intermedie”, giovedì pomeriggio 17 dicembre, mi hanno dimesso e accompagnato a casa. Non sto a descrivere la gioia, facilmente intuibile. A casa, seguendo le prescrizioni impartitemi, per la maggior parte del tempo, sono stato a riposo, intervallato da brevi passeggiate in giardino e interessanti letture. Dopo alcuni giorni di “quarantena”, sono stato dichiarato guarito ed ho potuto riprendere, anche se tutt’ora, con molta calma, la vita (anche lavorativa) di prima, tranne l’amato tennis, per il quale, dovrò aspettare ancora.

L’esperienza sopra brevemente descritta, come mirabilmente scritto da Paolo Crepet, se da un lato mi ha fatto sentire, come mai prima, fragile, esposto ai rischi, precario, dall’altro è stato un passaggio significativo della mia vita e un’occasione per riflettere. Pur non avendo i mezzi per poter valutare la fondatezza o meno sulle origini del virus (diabolico frutto di qualche apprenti sorcier orientale o conseguenza dell’inqui-namento?), condivido pienamente quanto espresso nella Laudato si di Papa Francesco, ovvero, in estrema sintesi: proteggere il creato per difendere l’uomo; la cura del creato è impegno di tutti, credenti e non credenti. Penso spesso alla cosa, soprattutto in relazione ai miei due adorati nipotini, chiedendomi che tipo di mondo lasceremo a loro, se non saremo capaci di radicali mutamenti nel modo di vivere.

Oltre alla già detta professionalità, ho trovato, nel personale sanitario, anche grande umanità: in particolare nelle infermiere, una delle quali, prima di bucarmi ripetutamente le esangui vene, in cerca di sangue per i prelievi, si scusava anticipatamente per il “male” che mi avrebbe fatto. Tutte, smontando alla fine del turno, mi salutavano affettuosamente. Altra gradita sorpresa è stata la partecipazione, oltre a quella, intensa e preziosa, dei prossimi congiunti, anche quella di tante altre persone, per esempio, ma non solo, quella degli amici tennisti con i quali ho intrattenuto fitta corrispondenza WhasApp, che ha con-tribuito, anch’essa, a sos-tenermi durante la malattia.

Durante la degenza, ogni tanto pensavo a mia madre ultranovantaseienne che, ri-cordando i duri tempi della guerra, raccontava che erano tutti magri, sfiniti e affamati, ma nessuno accusava il benché minimo malessere: anche io, in ospedale sono dimagrito una decina di chili, ero debolissimo, ma quan-do ho potuto cominciare a farlo, mangiavo quello non particolarmente appetitoso che ci davano, con molto appetito e, tranne la debolezza, non avvertivo il benché minimo malessere!

Federico Soleri

 

(Federico Soleri è un avvocato del Foro di Massa ed anche scrittore, infatti è suo il libro “La mia Liguria” Ed. Tigulliana recensito nel numero di novembre 2020 su Ameglia Informa n.d.r.)