(da Ameglia Informa di febbraio 2026)

Col buon tempo alla foce del Magra, ogni tramonto invernale regala una magnifica visione delle Apuane. Le cime gradualmente si tingono di rosa e di violetto scaldando l’affievolirsi della luce, mentre avanzano ombre e macchie scure che fanno risaltare plasticamente le rughe delle rocce al di sotto dei crinali. Ma anche di giorno, quando il cielo è terso e la luce è nitida, quel paesaggio torna sempre a emozionarci ed è bello pensare che altri, prima di noi, abbiano provato la stessa sensazione alzando lo sguardo sul monte Sagro, la vetta protettrice degli antichi Liguri circondata dalle montagne appuntite.
Uno dei nostri predecessori, e non certo tra i minori per importanza, è stato il più grande paesaggista inglese d’ogni tempo, William Turner (1775 – 1851) . Turner si era formato alla Royal Academy of Arts di Londra e si era fatto conoscere attraverso le tele esposte nelle rassegne ufficiali. La sua pittura si era perfezionata attraverso i tanti viaggi compiuti in Europa e, in particolare, attraverso la conoscenza della pittura italiana che aveva incontrato indirettamente dapprima a Parigi e poi direttamente visitando più volte la Penisola, con l’intento di studiare oltre i grandi maestri, anche i paesaggi, e soprattutto con l’intento di indagare la luce mediterranea, quella luce che egli seppe flettere alla dimensione intima e lirica del suo linguaggio pittorico che lo ha reso famoso in tutto il mondo.

Nel suo secondo viaggio in Italia alla fine degli anni Venti dell’Ottocento, il pittore si trovò ad attraversare il fiume Magra probabilmente al guado di San Genesio e lì rimase evidentemente così colpito dalla vista della maestà delle Apuane da realizzarne una fresca gouache che oggi si trova a Londra, alla Tate Britain e fa parte del copioso lascito del pittore, destinato a sostenere gli artisti e a diffondere la sua arte, del cui valore Turner aveva piena consapevolezza (l’immagine è facilmente recuperabile in rete). Il soggetto sublime e maestoso corrispondeva perfettamente alla sua poetica e volle appunto fissarne la memoria in un appunto visivo, com’era sua abitudine di fronte agli incanti dei paesaggi che lo colpivano.
In quella gouache, Turner più che descrivere ciò che vede, sembra dipingere il sentimento che prova di fronte a quella natura così grandiosa e potente, in cui il rispecchiamento tra fiume, cielo e valli apuane rischiarate dal marmo corrusco è dichiarato dagli stessi toni dei blu e degli azzurri che compongono l’alto e il basso del foglio. Probabilmente l’artista passò in quel tratto del percorso in direzione di Carrara tra la metà e la fine di settembre del 1828 col favore della luce ancora forte di fine estate.
Egli aveva ben chiaro il potenziale artistico ed economico del marmo lunense. Significative, infatti, sono le parole che scrisse all’amico e collega George Jones il successivo 13 ottobre:
“Di’ a quel grassone di [Sir Francis] Chantrey che ho pensato a lui, allora (ma non la prima né l’ultima volta), alle migliaia di dollari che aveva ricavato da quelle pietre di marmo che mi hanno permesso solo una bottiglia di vino acre e uno schizzo; ma merita tutto ciò che è buono”.
Marzia Ratti