(da Ameglia Informa di febbraio 2026)

Ho accolto volentieri anche quest’anno l’invito dell’ANMI di Lerici, rivoltomi dal caro amico Massimo Gualco, di tenere una delle “conferenze del Quadrato Marinai”, che si svolgono nei locali di via San Francesco 14. Com’è mia caratteristica, ho voluto dare al mio intervento un titolo almeno in parte “intri-gante”, come credo abbia inteso più d’uno: “Il golfo della Spezia e il naso di Cleopatra”.

In realtà, nel corso del pomeriggio, non ho parlato della celebre regina d’Egitto né tanto meno del suo naso.

Il riferimento non era di carattere storico, ma storiografico, derivando da un simpatico ma forse affrettato giudizio che il grande pensatore Blaise Pascal affidò nel 1670 ad uno dei suoi celebri aforismi: “Se il naso di Cleopatra fosse stato più corto, la storia della terra sarebbe cambiata”.

Pascal intendeva dire che, quasi per paradosso, sarebbe stata la bellezza di Cleopatra, dopo aver fatto innamorare sia Cesare sia Marco Antonio (per non dire altri), a provocare quegli importanti rivolgimenti che portarono alla caduta definitiva della Repubblica romana e all’avvento dell’Impero.

A partire da fine Ottocento, però, e soprattutto nel Novecento si sono sviluppate scuole di pensiero storiografico diverse, in particolare quelle legate alla rivista francese “Annales”, di Lucien Fevre, Marc Bloch, Fernand Braudel, Charles Duby. Secondo questo pensiero, che io condivido, la storia non è solo la storia dei personaggi importanti e delle loro azioni, bensì soprattutto la storia dei popoli ed anche dei luoghi stessi dove si svolgono le vicende umane.

Tutto questo per dire – il mio intervento si è innestato qui – che, se è pur vero che il Golfo di Spezia ha cambiato volto e modello di sviluppo con l’Arsenale militare e con il compito di costruirlo che il conte di Cavour affidò all’ufficiale del Genio marittimo Domenico Chiodo, altrettanto vero è che quella non fu un’intuizione “nuova”, bensì il corollario di un lungo percorso storico.

Un percorso che inizia, forse, nel Pliocene inferiore, era geologica di cinque milioni di anni fa (ben prima della comparsa dell’uomo). In quell’epoca, i fiumi Magra e Vara, indipendenti tra loro, sfociavano entrambi nell’attuale golfo. Furono i successivi movimenti tellurici e i relativi assestamenti che mutarono geologia e geografia del territorio, realizzando del golfo stesso un’insenatura destinata a divenire luogo di sosta e di protezione per le flotte in transito nel Tirreno.

Per questo Gino Di Rosa, sin da un suo scritto per ragazzi del 1957 (però documentato come pochi), indicò nell’anno 215 avanti Cristo una prima data importante per la storia spezzina. In quell’anno, in piena seconda guerra punica, il proconsole romano Tito Manlio Torquato scelse proprio le acque riparate del golfo della Luna – il nome già esisteva e derivava dalle frequentazioni più antiche dei popoli del mare – per attendere il momento propizio di salpare verso la Sardegna e sconfiggere, come avvenne in quello stesso anno presso l’attuale Decimomannu, le truppe del re sardo Amsicora, alleato di Cartagine. Tra i centurioni agli ordini del proconsole c’era anche Quinto Ennio, futuro scrittore e poeta, al quale si deve il frammento tuttora esistente, e che ha dato il via a infinite discussioni: “Lunai portum est operae, cognoscite cives”, ovvero “O cittadini, dovete davvero conoscere il porto di Luni”.

La mia opinione – avvalorata da una corretta interpretazione di un testo di Strabone, più tardo di alcuni secoli – è che il portus cui si riferisce Ennio non possa essere quello alle foci della Magra, bensì, appunto, un portus precedente, certo più modesto, però importante sotto il profilo militare e del paesaggio: il golfo che sarebbe divenuto il golfo d’Especia, di Spezia.

Benché non ce ne siano prove certe, la primitiva città di Luni avrebbe potuto essere – come riporta Ubaldo Mazzini citando il geografo napoleonico Chabrol De Volvic, che a sua volta si rifà al testo secentesco “Italia Antiqua” di Filippo Cluverio – proprio nei luoghi dell’at-tuale Lerici, tra Maralunga e il sito del castello.

Non è un caso che, nel medioevo e sino all’età moderna, genovesi e pisani si siano disputati a lungo il golfo, in particolare Porto Venere e Lerice/Lerici (ma il nominativo originario era legato alla collina di Pugliola), considerandolo non tanto un approdo commerciale, quanto militare.

Fu quella l’idea ripresa da Napoleone I, il quale, pur non essendo mai stato di persona da queste parti – così si dice -, incaricò nel 1808 il capitano del Genio Pierre-Antoine Clerc, appena trentenne (e vero anticipatore di Domenico Chiodo) di costituire una “brigata topografica” per studiare il golfo spezzino e ipotizzare la costruzione di una base navale. Clerc, che insegnava Topografia nella prestigiosa École Polytechnique di Parigi, rimase nel golfo vari mesi e tornò in Francia nel 1809 dopo aver realizzato la prima grande carta a curve di livello della storia della topografia. Ma Napoleone non ebbe il tempo di tradurre in realtà concreta quei progetti e quei disegni. Ci avrebbe pensato Cavour mezzo secolo dopo. Ma questa storia, come quella dell’Impero romano e del suo avvento, era iniziata molto molto tempo prima. La storia è in primo luogo “ricerca”, come ci insegna Erodoto, inventore anche della parola “istorìa” applicata alle discipline memorialistiche. Noi non dobbiamo mai dimenticarcene.

Egidio Banti