(da Ameglia Informa di maggio 2018)

“Noi non credevamo affatto di fare qualcosa di eroico, per noi è stato veramente un dovere”.

I tre barcaioli e i due ingegneri che realizzarono l’allestimento delle cuccette nelle navi in partenza da Bocca di Magra sono stati intervistati, in un breve documentario realizzato per conto della Rai una ventina di anni fa, forse mai diffuso, dal titolo “Dalla Liguria alla Palestina” di Guido Torlai, già direttore del TG 3 Toscana, che siamo riusciti ad avere da lui.

Loro non possono più testimoniare ma le loro dichiarazioni sono state registrate e ora possiamo renderle pubbliche. La trascrizione audio conferma le nostre precedenti ricerche con le incontrovertibili dichiarazioni di alcune persone che hanno vissuto le vicende dell’emigrazione clandestina degli ebrei in partenza da Bocca di Magra e non ne hanno mai fatto una questione di vanto o di riconoscenza.

< Commento: L’ing. Gualtiero Morpurgo rifugiato in Svizzera per sottrarsi ai nazisti, collaborò sin dal 1945 con l’Aliyah Bet, l’immigrazione 2, il tentativo, spesso riuscito degli ebrei europei di raggiungere clandestinamente la terra che da lì a tre anni sarebbe diventato lo stato d’Israele.

< Morpurgo: “Erano giorni tremendi perché a Milano c’era una confusione enorme, c’erano masse di gente che si spostavano, arrivavano, partivano. In quegli stessi giorni era arrivata a Milano Ada Sereni, chiamata dal capo di questa organizzazione Yehuda Arazi detto Alon, era persona eccezionale.

Voleva mandare il maggior numero di profughi in Palestina che era un mandato britannico e noi, che nel complesso avevamo combattuto i tedeschi, alla fine della guerra, ci portava a combattere gli inglesi che erano padroni della città e dell’Italia settentrionale”.

< Commento: L’organiz-zazione clandestina in Italia contava sull’appoggio della cosiddetta brigata palestinese composta da ebrei in parte già residenti in Palestina e inquadrata nell’VIII armata alleata che occupava la penisola.

< Morpurgo: (Parla della sede dell’Aliyah Bet di Milano) “Nel primo piano c’era il Circolo Ufficiali del British Army e noi ci eravamo messi ai piani superiori.

Quindi tutto avveniva sotto il naso delle truppe inglesi e spesso utilizzando i loro stessi mezzi, l’organizzazione era segretissima e a compartimenti stagni, a parte i capi. Ciascuno si occupava solo del proprio compito.

Mi avevano detto che dovevo andare nei cantieri (si trattava dei cantieri navali di Portovenere) dove mi sarebbe stata consegnata qualche navicella da 300/350 TN e attrezzarle per mettere all’in-terno il maggior numero possibile di ospiti passeggeri”.

< Ing. Mario Pavia (ha collaborato con l’ing. Morpurgo all’allestimento delle prime navi in partenza verso la Palestina): “Lui era l’architetto mentre io ero il direttore dei lavori. Mi infilarono in uno di quei grossi camion Dodge e, senza sapere dove andavo, mi portavano in un porto”.

< Commento: Le navi venivano acquistate grazie alla solidarietà degli ebrei di tutto il mondo e riadattate allo scopo dai due ingegneri italiani Morpurgo e Pavia.

< Morpurgo: “Le navi le consegnavano in qualche piccolo cantiere vicino alla Spezia o a Genova o a Vado o a Savona.

In quell’epoca erano apparse per la prima volta le strutture Innocenti (che si vedono ancora oggi, perfezionate, nei cantieri edili) che, dopo aver liberato completamente le stive, unite da giunti le usavamo per fare le intelaiature, una specie di gabiotti”.

< Pavia: Si mettevano queste intelaiature alle quali venivano attaccati dei teli confezionati in modo da poterli legare e formare una cuccetta”.

< Commento: “Dall’Italia partirono circa 25.000 ebrei di tutta Europa. Il momento più delicato era quello dell’imbarco sulle navi che li avrebbero portati in Palestina. Gli imbarchi avvenivano da tutta Italia.

Alcuni degli imbarchi più avventurosi ebbero inizio da Bocca di Magra, tra La Spezia e Marina di Massa. I marinai del posto aiutarono gli ebrei nelle operazioni”.

< Carlo Germi: “Esatta-mente da questa banchina (lato Fiumaretta) dove ora noi siamo imbarcavamo questi ebrei. Si facevano salire sulle barche per portarli fuori tre/quattro miglia al largo dove lì incontravamo dei motovelieri di 400/500 tonnellate, quindi li trasbordavamo su questi motovelieri che poi proseguivano per la Palestina.

L’aspetto era di gene che aveva sofferto, tanto è vero che portavano un numero impresso sul braccio e la provenienza (Polonia, Cecoslovacchia Austria mi pare anche Bulgaria)”.

< Pavia: “Molte persone erano grasse, ma ingrassate malamente, un grasso malsano, ma si vedeva in questa gente una luce di speranza e faceva piacere vederle salire a bordo”.

< Commento: Spesso per le cattive condizioni del mare le centinaia di profughi dovevano soggiornare per alcuni giorni in dei finti campi di villeggiatura.

< Arduino Giovannelli: “Era un terreno coltivato che il proprietario aveva messo a disposizione con delle tende, erano delle tendopoli. Qui intorno era tutto minato. Questa gente camminava, passeggiava e noi avvertivamo: “State attenti che qui intorno ci sono le mine, cercando di farci capire con achtung minen”.

< Commento: Gli imbarchi avvenivano di notte in mare aperto per il timore di essere scoperti dalle navi da guerra guidate dal servizio segreto inglese che tentava di porre un freno all’arrivo degli ebrei in Palestina.

< Giangarè Renato: “partivamo alle dieci di sera”.

< Arduino Giovannelli: “Al buio, al buio, non c’erano luci né fari, c’era solo la nave di poppa che aveva un punto di riferimento con un fanalino e noi oramai eravamo come i gatti”.

< Giangarè Renato: “Pensavamo che erano dei disperati e quindi c’era poco da fare in quel momento lì, c’era poco da pensare, bisognava darsi da fare”.

< Pavia: “Certo doveva essere una traversata spaventosa perché queste erano piccole navi da carico. Era un rischio che però la gente correva molto volentieri”.

< Commento: Dal 1946 in poi le navi che partivano dall’Europa venivano sempre più spesso intercettate dalla Marina Britannica davanti alle coste della Palestina. Le navi poi venivano dirottate su Cipro dove i profughi venivano ammassati in campi di internamento.

Alla fine però tanti sforzi furono premiati e il 14 maggio 1948 alle celebrazioni per la fondazione dello stato d’Israele parteciparono anche gli 84.333 ebrei fuggiti dalle macerie dell’Europa con l’operazione Aliyah Bet.

< Morpurgo: “Noi non credevamo affatto di fare qualcosa di eroico, per noi è stato veramente un dovere e oggi siamo ancora un po’ sorpresi che a distanza di tanti anni ancora ci troviamo davanti a cose che…

Ma è certamente necessario che noi dobbiamo raccontare questo perché  noi siamo gli ultimi testimoni, più o meno”.

Sandro Fascinelli