70 anni fa la morte di Cesare Pavese e le sue ultime lettere da Bocca di Magra: una luce oltre il fiume e le Apuane
di Egidio Banti

(Da Ameglia Informa di ottobre 2020)

Centodieci anni fa, il 30 agosto 1910, lo scrittore Sem Benelli, tenendo a San Terenzo al mare l’orazione funebre per Paolo Mantegazza, coniò la fortunata espressione “Golfo dei poeti”, riferita al golfo spezzino. Benelli pensava soprattutto a Shelley e a Byron, ma anche a Carducci, a Pascoli e ad altri. Ma se la storia aveva portato molti poeti sulle rive del golfo (come anche santi, quali Solario, Venerio, Itala Mela, tanto che si è talora parlato anche di “Golfo dei santi”), alla non lontana foce del fiume Magra per vari anni ha trascorso le vacanze estive un’intera “generazione” di scrittori e di poeti, legati in particolare alla famiglia Einaudi e alla sua casa editrice.
Erano gli anni del dopoguerra, anticipatori del “boom” economico, e tra i nomi celebri che scendevano nell’allora piccola e rustica pensione chiamata “Sans Façon”, oltre a Giulio Einaudi, c’erano Elio Vittorini, Eugenio Montale, Franco Fortini, Vittorio Sereni.
Settant’anni fa, nell’estate 1950, si unì a loro Cesare Pavese per trascorrere forse gli ultimi giorni sereni di una vita travagliata. A metà agosto, infatti, l’autore della “Bella estate”, che proprio nel mese di giugno aveva ottenuto il “Premio Strega”, rientrava a Torino, dove il 27 agosto, in una solitaria stanza di albergo, si sarebbe tolto la vita.
Negli anni, numerosi interpreti e studiosi si sono soffermati sugli aspetti controversi della personalità di Pavese, che con Vittorini, Fernanda Pivano ed altri aveva contribuito alla “sco-perta” ed alla diffusione in Italia dei grandi autori americani, come Whitman, Faulkner, Hemingway. La discussione si è soffermata anche sul “senso religioso”, forse nascosto ma presente in Pavese. Ne hanno parlato nomi illustri del pensiero cattolico, da don Luigi Giussani a don Divo Barsotti, sino a Diego Fabbri, che ricorda un Pavese “esasperato ma alla ricerca di Dio”.
Ebbene, proprio in quelle settimane trascorse a Bocca di Magra prima del tragico rientro a Torino, Pavese scrive alcune lettere, che è bello immaginare composte nella sua stanza con la finestra aperta proprio di fronte alla Magra: increspata dalla brezza di giorno, animata dalle grida dei pescatori di notte. Segni di vita, quelli del fiume, e non di solitudine, come quella che invece lo scrittore soffriva dentro di sé, sempre più disperato.
Da Bocca di Magra scrive a “Pierina”, la giovanissima Romilda Bollati di Saint Pierre, collaboratrice della casa editrice e per lui amore impossibile. E le dice: “L’amore è come la grazia di Dio … Ti voglio un falò di bene”. Pavese aveva capito l’amore, ma non lo aveva trovato. Poco dopo, agli amici Tullio e Maria Teresa Pinelli scriverà: “Speriamo di vederci, chi sa, magari in cielo”. E’ bello, anche se triste, immaginarlo scrivere così e guardare silenzioso oltre il fiume ed oltre le Apuane, indicando, forse ormai più a noi che a se stesso, una luce lontana.

Egidio Banti

Speriamo che una degna lapide, posta sulla casa davanti al porticciolo ricordi l’ultimo soggiorno di Cesare Pavese a Bocca di Magra, tipo questa che si trova sulla sua casa di Torino .  SF

Targa in via La Marmora a Torino

Cesare Pavese (da Vikipedia)

Cesare Pavese
nasce nel 1908 e muore il 28 agosto 1950 (70 anni fa).
Cesare Pavese, nell’agosto del 1950, aveva passato alcuni giorni a Bocca di Magra (Ameglia), dove aveva conosciuto una ragazza, Pierina (nomignolo di Romilda Bollati di Saint Pierre) molto più giovane di lui: all’epoca infatti la ragazza aveva 18 anni.

L’ultima lettera di Cesare Pavese, scritta a Pierina

Bocca di Magra, agosto 1950
Cara Pierina, ho finito per darti questo dispiacere, o questa seccatura, ma credi non potevo far altro. Il motivo immediato è il disagio di questa rincorsa dove, non ballando e non guidando, resto sempre perdente, ma c’è una ragione più vera.
Io sono, come si dice, alla fine della candela.
Pierina, vorrei essere tuo fratello, prima di tutto perché così ci sarebbe tra noi un legame non futile, e poi perché tu mi potessi ascoltare e credere con fiducia. Se mi sono innamorato di te non è soltanto perché, come si dice, ti desiderassi, ma perché tu sei della mia stessa levatura, e ti muovi e parli come, da uomo, farei io se, invece d’imparare a scrivere, avessi avuto il tempo d’impa-rare a stare al mondo. Del resto, c’è la stessa eleganza e sicurezza in quello ch’io ho scritto e nelle tue giornate. So quindi a chi parlo.
Ma tu, per quanto inaridita e quasi cinica, non sei alla fine della candela come me. Tu sei giovane, incredibilmente giovane, sei quello ch’ero io a ventott’anni quan-do, risoluto di uccidermi per non so che delusione, non lo feci – ero curioso dell’indo-mani, curioso di me stesso – la vita mi era parsa orribile ma trovavo ancora interessante me stesso. Ora è inverso: so che la vita è stupenda ma che io ne son tagliato fuori, per merito tutto mio, e che questa è una futile tragedia, come avere il diabete o il cancro dei fumatori.
Posso dirti, amore, che non mi sono mai svegliato con una donna mia al fianco, che chi ho amato non mi ha mai preso sul serio, e che ignoro lo sguardo di riconoscenza che una donna rivolge a un uomo? E ricordarti che, per via del lavoro che ho fatto, ho avuto i nervi sempre tesi e la fantasia pronta e precisa, e il gusto delle confidenze altrui? E che sono al mondo da quarantadue anni? Non si può bruciare la candela dalle due parti – nel mio caso l’ho bruciata tutta da una parte sola e la cenere sono i libri che ho scritto.
Tutto questo te lo dico non per impietosirti – so che cosa vale la pietà, in questi casi – ma per chiarezza, perché tu non creda che quando avevo il broncio lo facessi per sport o per rendermi interessante. Sono ormai aldilà della politica. L’amore è come la grazia di Dio, l’astu-zia non serve.
Quanto a me, ti voglio bene, Pierina, ti voglio un falò di bene. Chiamiamolo l’ulti-mo guizzo della candela. Non so se ci vedremo ancora. Io lo vorrei – in fondo non voglio che questo – ma mi chiedo sovente che cosa ti consiglierei se fossi tuo fratello. Purtroppo non lo sono.
Amore.
Cesare Pavese